La Voce del Papa

Richiamo alla preghiera, alla fede e alla testimonianza

 Oggi c’è tanto bisogno di testimoni coraggiosi, che non si vergognano del Nome di Cristo, né di fronte ai leoni ruggenti né davanti alle potenze di questo mondo

La lettura tratta dagli Atti degli Apostoli ci parla della prima comunità cristiana assediata dalla persecuzione. Una comunità duramente perseguitata da Erode che “fece uccidere di spada Giacomo […] e fece arrestare anche Pietro […]. Lo fece catturare e lo gettò in carcere” (12, 2-4).

Tuttavia, non vorrei soffermarmi sulle atroci, disumane e inspiegabili persecuzioni, purtroppo ancora oggi presenti in tante parti del mondo, spesso sotto gli occhi e nel silenzio di tutti. Vorrei invece oggi venerare il coraggio degli Apostoli e della prima comunità cristiana; il coraggio di portare avanti l’opera di evangelizzazione, senza timore della morte e del martirio, nel contesto sociale di un impero pagano; venerare la loro vita cristiana che per noi credenti di oggi è un forte richiamo alla preghiera, alla fede e alla testimonianza.

Un richiamo alla preghiera

La comunità era una Chiesa in preghiera: “Mentre Pietro dunque era tenuto in carcere, dalla Chiesa saliva incessantemente a Dio una preghiera per lui” (At 12, 5). E se pensiamo a Roma, le catacombe non erano luoghi per sfuggire alle persecuzioni ma erano, innanzitutto, luoghi di preghiera, per santificare la domenica e per elevare, dal grembo della terra, un’adorazione a Dio che non dimentica mai i suoi figli.

La comunità di Pietro e di Paolo ci insegna che una Chiesa in preghiera è una Chiesa “in piedi”, solida, in cammino! Infatti, un cristiano che prega è un cristiano protetto, custodito e sostenuto, ma soprattutto non è solo.

E prosegue la prima lettura: “Pietro… stava dormendo, mentre davanti alle porte le sentinelle custodivano il carcere. Ed ecco, gli si presentò un angelo del Signore e una luce sfolgorò nella cella. Egli toccò il fianco di Pietro […] e le catene gli caddero dalle mani” (At 12, 6-7).

Pensiamo a quante volte il Signore ha esaudito la nostra preghiera inviandoci un Angelo? Quell’Angelo che inaspettatamente ci viene incontro per tirarci fuori da situazioni difficili. Per strapparci dalle mani della morte e del maligno; per indicarci la via smarrita; per riaccendere in noi la fiamma della speranza; per donarci una carezza; per consolare il nostro cuore affranto; per svegliarci dal sonno esistenziale; o semplicemente per dirci: “Non sei solo”.

Quanti angeli Egli mette sul nostro cammino! Ma noi, presi dalla paura o dall’incredulità, oppure dall’euforia, li lasciamo fuori dalla porta – esattamente come avvenne a Pietro quando bussò alla porta della casa e “una serva di nome Rode, si avvicinò per sentire chi era. Riconosciuta la voce di Pietro, però, per la gioia non aprì la porta” (At 12, 13-14).

Nessuna comunità cristiana può andare avanti senza il sostegno della preghiera perseverante! La preghiera che è l’incontro con Dio, con Dio che non delude mai; con il Dio fedele alla sua parola; con Dio che non abbandona i suoi figli. Si chiedeva Gesù: “Dio non farà forse giustizia ai suoi eletti, che gridano giorno e notte verso di lui?” (Lc 18, 7). Nella preghiera il credente esprime la sua fede, la sua fiducia, e Dio esprime la sua vicinanza, anche attraverso il dono degli Angeli, i suoi messaggeri.

Un richiamo alla fede

Nella seconda lettura san Paolo scrive a Timoteo: “Il Signore però mi è stato vicino e mi ha dato forza, perché io potessi portare a compimento l’annuncio del Vangelo […] e così fui liberato dalla bocca del leone. Il Signore mi libererà da ogni male e mi porterà in salvo nei cieli, nel suo regno” (II Tm 4,17-18).

Dio non toglie mai i suoi figli dal mondo o dal male, ma dona loro la forza per vincerli. Soltanto chi crede può dire veramente: “Il Signore è il mio pastore: non manco di nulla” (Sal 23, 1).

Quante forze, lungo la storia, hanno cercato – e cercano – di annientare la Chiesa, sia dall’esterno sia dall’interno, ma vengono tutte annientate e la Chiesa rimane viva e feconda!

Rimane inspiegabilmente salda perché, come dice san Paolo, possa acclamare “a Lui la gloria nei secoli dei secoli” (II Tm 4, 18).

Tutto passa, solo Dio resta.

Infatti, sono passati regni, popoli, culture, nazioni, ideologie, potenze, ma la Chiesa, fondata su Cristo, nonostante le tante tempeste e i molti peccati nostri, rimane fedele al deposito della fede nel servizio, perché la Chiesa non è dei Papi, dei vescovi, dei preti e neppure dei fedeli, è soltanto di Cristo. Solo chi vive in Cristo promuove e difende la Chiesa con la santità della vita, sull’esempio di Pietro e di Paolo.

I credenti nel nome di Cristo hanno risuscitato i morti; hanno guarito gli infermi; hanno amato i loro persecutori; hanno dimostrato che non esiste una forza in grado di sconfiggere chi possiede la forza della fede!

Un richiamo alla testimonianza

Pietro e Paolo, come tutti gli Apostoli di Cristo che nella vita terrena hanno fecondato con il loro sangue la Chiesa, hanno bevuto al calice del Signore, e sono diventati gli amici di Dio.

Paolo, con tono commovente, scrive a Timoteo: “Figlio mio, io sto già per essere versato in offerta ed è giunto il momento che io lasci questa vita. Ho combattuto la buona battaglia, ho terminato la corsa, ho conservato la fede. Ora mi resta soltanto la corona di giustizia che il Signore, il giudice giusto, mi consegnerà in quel giorno; non solo a me, ma anche a tutti coloro che hanno atteso con amore la sua manifestazione” (II Tm 4, 6-8).

Una Chiesa o un cristiano senza testimonianza è sterile; un morto che pensa di essere vivo; un albero secco che non dà frutto; un pozzo arido che non dà acqua! La Chiesa ha vinto il male grazie alla testimonianza coraggiosa, concreta e umile dei suoi figli. Ha vinto il male grazie alla proclamazione convinta di Pietro: “Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente”, e alla promessa eterna di Gesù (cfr. Mt 16, 13-18).

Cari Arcivescovi che oggi ricevete il pallio, esso è il segno che rappresenta la pecora che il pastore porta sulle sue spalle come il Cristo, Buon Pastore, ed è pertanto simbolo del vostro compito pastorale; esso è “segno liturgico della comunione che unisce la Sede di Pietro e il suo Successore ai Metropoliti e, per loro tramite, agli altri Vescovi del mondo” (Benedetto XVI, Angelus del 29 giugno 2005).

Oggi, con il pallio, vorrei affidarvi questo richiamo alla preghiera, alla fede e alla testimonianza.

La Chiesa vi vuole uomini di preghiera, maestri di preghiera; che insegnino al popolo a voi affidato dal Signore che la liberazione da tutte le prigionie è soltanto opera di Dio e frutto della preghiera, che Dio nel momento opportuno invia il suo angelo a salvarci dalle tante schiavitù e dalle innumerevoli catene mondane. Anche voi per i più bisognosi siate angeli e messaggeri della carità!

La Chiesa vi vuole uomini di fede, maestri di fede: che insegnino ai fedeli a non aver paura dei tanti Erode che affliggono con persecuzioni, con croci di ogni genere. Nessun Erode è in grado di spegnere la luce della speranza, della fede e della carità di colui che crede in Cristo!

La Chiesa vi vuole uomini di testimonianza. Diceva san Francesco ai suoi frati: predicate sempre il Vangelo e, se fosse necessario, anche con le parole! (cfr. Fonti Francescane, 43). Non c’è testimonianza senza una vita coerente! Oggi non c’è tanto bisogno di maestri, ma di testimoni coraggiosi, convinti e convincenti; testimoni che non si vergognano del Nome di Cristo e della sua Croce né di fronte ai leoni ruggenti né davanti alle potenze di questo mondo.

Omelia nella Solennità dei Santi Apostoli Pietro e Paolo, 29/6/2015

(Rivista Araldi del Vangelo, Agosto/2015, n. 148, p. 06 – 07)