Storia della Chiesa

Cluny: la forza soave ed irresistibile della santità

Se analizziamo la Storia dai primordi del Cristianesimo fino ai giorni nostri, ci conforta osservare il costante sviluppo della Chiesa nei secoli

 In un’epoca di frequenti crisi che sconvolgevano la società temporale e minacciavano di demolire l’edifício sacro della società spirituale, si alzò dal silenzio contemplativo dei chiostri benedettini un soffio di rinnovamento che conquistò

l’Europa intera: il movimento riformatore di Cluny.

Suor Clara Isabel Morazzani

   Se analizziamo la Storia dai primordi del Cristianesimo fino ai giorni nostri, ci conforta osservare il costante sviluppo della Chiesa nei secoli. Fondata sulla parola irrevocabile di Gesù all’Apostolo Pietro, questa attraversa le situazioni più difficili, affronta tutte le persecuzioni e smonta le insidie del demonio, rimanendo immutabile in mezzo alla furia dei suoi nemici.

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   Sarebbe errato, tuttavia, immaginare che, ferita dai continui attacchi del male, la Sposa Mistica di Cristo potesse arrivare allo stato di agonia, versando penosi sospiri, mantenuta in vita soltanto perché non venisse smentita la promessa di immortalità pronunciata dal Salvatore.

   Contrariamente a questa idea, il cammino della Santa Chiesa attraverso la Storia costituisce una perenne ascensione, di trionfo in trionfo e di splendore in splendore, facendo sbocciare dal suo proprio seno, dopo ogni assalto, un nuovo slancio da cui essa si alza vittoriosa e ringiovanita, originando meraviglie fino a quel momento sconosciute. Tale è stato il caso del movimento riformatore di Cluny, nato nella Chiesa per combattere gli errori che imperversavano nel mondo occidentale a quei tempi e minacciavano di demolire l’edificio della società spirituale.

Secolo di guerre e rivalità personali

   L’alba del secolo X spuntava nebbiosa e incerta. Le luci dell’impero carolingio si erano indebolite, cedendo il posto ad un continuo andirivieni di dissensi e guerre che minavano la struttura e l’ordine sociale iniziati sotto l’impulso di Carlo Magno.
Signori, baroni e principi si battevano a duello constantemente tra loro, in difesa dei loro interessi personali o mossi da qualche oscura rivalità. C’era di peggio: la crisi si era diffusa al di là delle frontiere temporali, penetrando anche nell’ambito religioso. Due mali affliggevano in modo particolare la Chiesa in questo secolo: il traffico di cariche e dignità ecclesiastiche, conosciuto col nome di simonia; e il nicolaismo, parola con la quale si designava il rilassamento di costumi dei chierici.
Richard List/CORBIS
   All’interno degli stessi monasteri la situazione si rivelava difficile: questi, in generale, erano situati in territori appartenenti a nobili che li consideravano loro patrimonio, intervenendo nelle questioni della comunità e riservandosi il diritto di nominare l’abate. Accadeva frequentemente che la loro scelta elevasse ad una carica di tale importanza uomini sprovvisti di attitudine e virtù per svolgerla. Si può con ciò immaginare la decadenza della disciplina regolare, come pure le catastrofi da qui derivanti. Tali abusi avrebbero arrecato più tardi conseguenze disastrose, sfociando nella celebre lotta per le investiture.

Una ventata di rinnovamento che investì l’Europa

   La Divina Provvidenza, intanto, non avrebbe tardato a suscitare la soluzione per questi ed altri problemi dell’epoca, facendo sorgere all’interno dello stesso monachesimo decadente una ventata di rinnovamento che avrebbe investito l’Europa intera. Nel 910, Guglielmo il Pio, Duca di Aquitania, rispondendo alla richiesta di Bernone, abate di Baune, donò una terra situata nel suo feudo di Mâcon, per la fondazione di un nuovo monastero. La proprietà, un piccolo villaggio attorniato da boschi, portava un nome destinato a segnare i cieli della Storia: Cluny o Cluniacum. L’abbazia sarebbe stata esclusa da qualsiasi giurisdizione civile ed ecclesiastica, direttamente collegata alla Cattedra di Pietro, avendo come protettori gli Apostoli Pietro e Paolo.

Agli albori del sec.X, i principi si battevano a duello constantemente, mossi da qualche
oscura rivalità (battaglia, Manoscritto di Lotario III)

CORBIS/Archivo Iconográfico S.A.

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Nei suoi primordi, San Bernone vi introdusse una fervida osservanza benedettina, instillando nei suoi seguaci gli ideali della vita monastica: orazione, povertà, silenzio. La sua intuizione era di stabilire lì un centro di contemplazione, separato dai tumulti mondani, nelquale si seguisse con rigorosa fedeltà la primitiva regola di San Benedetto e che, nello stesso tempo, fosse capace di influire  sulla società in modo da rinnovarla.

   Dai suoi primordi, San Bernone vi introdusse una fervida osservanza benedettina, instillando nei suoi seguaci gli ideali della vita monastica: orazione, povertà, silenzio. La sua intuizione era di stabilire lì un centro di contemplazione, separato dai tumulti mondani, nel quale si seguisse con rigorosa fedeltà la primitiva regola di San Benedetto e che, nello stesso tempo, fosse capace di influire sulla società in modo da rinnovarla.

   In poco tempo Cluny si trasformò in un monastero modello dove affluiva il fior fiore degli uomini che aspiravano alla santità. I “monaci neri” – cosiddetti per il colore del loro abito- acquisirono un prestigio considerevole, al punto che fu loro affidata la fondazione o riforma di numerosi monasteri i quali vennero affiliati all’abbazia di Cluny.

All’origine del successo, la santità

   Intanto, il grande segreto del suo successo e della rapida ascesa con cui si proiettò attraverso la Cristianità, non riposava sul privilegio della sua dipendenza diretta dalla Chiesa di Roma, perchè già molti altri monasteri godevano di questa prerogativa senza aver ottenuto gli stessi risultati; così pure non lo si poteva attribuire unicamente al rigore dell’osservanza della stretta regola che avrebbe costituito l’ordo cluniacensis.

   La causa profonda della preminenza di Cluny fu quella di avere alla sua guida, per due secoli, uomini eccezionali per la loro tempra, cultura e capacità organizzativa e, soprattutto, tutti animati da uno stesso spirito di perfezione, veri santi: San Bernone, Sant’Odone, San Maïeul, Santo Odilon e Sant’Ugo. Ognuno a suo modo, secondo le sue doti personali, lavorò per portare questa grandiosa opera al sommo dello splendore.

   Fu Sant’Odone colui che diede una sistemazione definitiva alla riforma e plasmò le caratteristiche essenziali di quello che potrebbe chiamarsi il “carisma cluniacense”. Il suo zelo per la gloria di Dio lo spingeva a peregrinare di monastero in monastero, in groppa a un giumento, alla ricerca di monaci fervorosi che lo aiutassero a dare avvio al suo piano riformatore.

   La fama di santità di questo grande asceta apriva la strada e demoliva gli ostacoli, facilitando la crescita della nuova rete monastica. San Maïeul seguì fedelmente la linea dei suoi predecessori, aggiungendo, tuttavia, una nota speciale di soavità ed incanto che gli conquistò la simpatia e l’ammirazione dei papi e dei monarchi. I suoi contemporanei descrivono la dolcezza del suo sguardo, l’eleganza dei suoi gesti e l’eloquenza dei suoi discorsi, in tal modo che sembrava essere “il più bello di tutti i mortali”. Si può misurare la portata dell’influenza che esercitava sui religiosi una personalità come la sua, che continuamente additava le bellezze divine.

   Il suo successore, Sant’Odilon, differiva quanto a temperamento, ma non in vocazione. I suoi occhi scintillanti rivelavano un carattere vivo ed energico. Severo con se stesso e buono coi suoi figli, meritò l’appellativo di “Arcangelo dei monaci”. Il suo ardore apostolico e i prodigiosi miracoli da lui realizzati contribuirono largamente all’espansione dell’opera cluniacense nel resto dell’Europa.

   Ma fu al tempo di Sant’Ugo che Cluny raggiunse il suo apogeo, quando iniziò la costruzione dell’immensa basilica di cinque navate e sette torri, la più grande di tutto l’Occidente di quei secoli remoti, e il cui altare maggiore fu consacrato dal Papa Urbano II, anch’egli cluniacense, in occasione del suo viaggio in Francia nel 1095.

   Ugo di Semur si distinse soprattutto per la virtù della carità. Si racconta che una volta due uomini erano venuti a bussare alla porta del monastero, facendo appello al diritto di asilo, che metteva al riparo dalla giustizia umana qualsiasi criminale che si fosse rifugiato in un recinto sacro. Il portiere riconobbe con orrore gli assassini del padre e del fratello del santo abate e corse a riferirgli la situazione. “Li lasci entrare”, fu la risposta pronunciata con mansuetudine. Così i criminali furono salvati.

   Ai santi cluniacensi si attribuisce l’istituzione di varie feste e memorie che ancora oggi figurano nel Calendario Romano. Sant’Odilon istituì il 2 novembre la commemorazione dei fedeli defunti e promosse ampiamente le preghiere fatte in suffragio delle anime del Purgatorio. La devozione alla Santissima Vergine ricevette un grande impulso dall’apostolato di Cluny.

   Sant’Ugo deliberò che quando non ricorresse una festività inamovibile di sabato, in tutti i monasteri dipendenti da Cluny si cantasse in questo giorno l’Ufficio e la Messa de Beata, specialmente composti in lode della Madre di Dio. Urbano II fece aggiungere all’Ufficio Divino, in questo giorno della settimana, il Piccolo Ufficio della Madonna.

Ambasciatori del Cielo

   A Cluny la vita trascorre soave e calma. La Regola è vissuta in tutta la sua austerità e semplicità. Il giorno si divide minuziosamente tra preghiera e lavoro manuale, ma questo tende a restringersi sempre di più, mentre aumentano le ore dedicate all’Ufficio Divino. La spiritualità cluniacense considera ogni magnificenza, lusso o bellezza come cose insufficiente ad onorare Dio: La sua  la sua attività si organizza in funzione di una perpetua cerimonia nella quale gli ornamenti dell’altare e del santuario, l’armonia musicale e la disciplina dei riti prefigurano le glorie della patria celeste.

   Senza dimenticare le amarezze e i sacrifici di questa valle di lacrime, il cluniacense cerca realizzare la supplica tante volte ripetuta nel Padre Nostro: “Venga il tuo regno, sia fatta la tua volontà come in Cielo così in terra”. Da questa elevata visione dell’universo fioriscono naturalmente, come da una fonte d’acqua viva, le arti della pittura e della scultura, si arricchisce la meravigliosa policromia delle vetrate e si dà più importanza alla Liturgia e al canto gregoriano.

Con la saggezza dellechiesa_02.jpg sue parole e della
nobiltà delle sue attitudini, il monaco cer-
cava di riflettere Dio stessoAtelier Artistico Araldi del Vangelo / Foto:
Gustavo Kralj

   Già all’alba, i primi raggi dell’aurora filtrano attraverso i rosoni, inondando la chiesa con una festa di colori mentre le voci dei monaci, unite ai cori degli angeli, echeggiano per le alte volte in lodi al Padre di misericordia e Dio di ogni consolazione. Alla stessa maniera, così come l’ambiente dove egli abita assomiglia al Paradiso, il monaco deve cercare sempre la perfezione, cercando di riflettere, per mezzo della saggezza delle sue parole e della nobiltà delle sue attitudini, lo stesso Dio che è la Bellezza Assoluta. Considerato come individuo, il monaco è niente e non possiede nulla ma, in unione agli altri monaci, nella sua colletività di fronte al mondo esteriore. ha la coscienza di essere un ambasciatore del Cielo.

   Volontariamente sottomesso ad una rigida obbedienza, egli riconosce nella voce dei suoi superiori i disegni del Signore e li esegue con umiltà, nella consapevolezza di essere servo inutile. La regola della castità è osservata con rigore, tenendo conto che è nella pratica di questa virtù angelica che il religioso respira la linfa della sua vita spirituale. Nel silenzio, nella contemplazione e nel cerimoniale il monaco passa i momenti più felici della sua esistenza, in attesa delle gioie di cui godrà nell’eternità. Così, sotto lo sguardo saggio e vigile dei maestri, si viene formando una nuova milizia cristiana, costituita da eroi, più angeli che uomini, la cui struttura gerarchica culmina nella persona dell’abate santo e potente.

Con l’esempio delle loro vite, essi hanno conquistato l’Europa

   L’opera realizzata da Cluny rappresenta nella Storia un ruolo di capitale importanza. La sua ascesa folgorante e la sua benefica influenza le hanno permesso di portare ovunque il fermento evangelico che più tardi ha prodotto abbondanti frutti di santità. Il suolo del Vecchio Continente, solcato in altri tempi dagli eserciti romani in marcia, si è sentito allora scosso da una forza irresistibile che ha suscitato nella società un fenomeno contagioso, rinnovando tutti i gradi della scala umana. Essa non ha imposto agli uomini il pesante tributo dei cesari, ma ha rivolto loro un invito: “Accettate il soave giogo di Cristo”.

   Senza ricorrere alla violenza delle armi, i cluniacensi hanno conquistato l’Occidente con l’esempio delle loro vite: sono penetrati nelle corti dei re, nei palazzi dei vescovi, nei castelli dei nobili, nei villaggi della plebe… ed ancora: sul soglio di Pietro si sono seduti, figli di questa famiglia spirituale, come lo sono stati San Gregorio VII e Beato Urbano II.

   Alla radice delle solenni liturgie, delle grandiose cattedrali, delle armonie dell’organo, dell’aroma dell’incenso e di tutto quanto di bello ci ha lasciato il passato cristiano, vediamo in larga misura il lavoro fatto da questi uomini che cercavano soltanto Dio e hanno saputo incontrarLo.

(Revista Araldi del Vangelo, Novembre/2006, n. 39, p. 17 – 20)