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Santissimo Corpo e Sangue di Cristo (Corpus Domini) – (Anno A)


Gesù-Eucaristia

Vangelo


In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51 “Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che Io darò è la mia Carne per la vita del mondo”. 52 Allora i giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua Carne da mangiare?” 53 Gesù disse loro: “In verità, in verità Io vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo Sangue, non avete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 55 Perché la mia Carne è vero cibo e il mio Sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in Me e Io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato Me e Io vivo per il Padre, così anche colui che mangia Me vivrà per Me. 58 Questo è il pane disceso dal Cielo; non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno” (Gv 6, 51-58).


Il vero alimento e l’immortalità


Un anno prima dell’Ultima Cena, Gesù annunciò ai suoi discepoli l’istituzione dell’Eucaristia. La sorprendente rivelazione suscitò maldicenze e scalpore tra gli ascoltatori. Tuttavia, il Pane della vita eterna passò a essere la pace e la gioia dei cuori che di Lui si alimentano, oltre a costituire un’inesauribile fonte di santificazione.


I – La devozione eucaristica nel corso dei secoli


Era di somma importanza, non solo per quei giorni della Chiesa nascente, ma anche per i tempi futuri, istruire i fedeli a proposito del più importante dei Sacramenti. Questa trascendentale missione degli Apostoli fu accolta da San Giovanni con molto zelo, pietà e ortodossia. Egli dedicò tutto il capitolo 6 del suo Vangelo a trattare questo tema così rilevante, rendendo accessibile al lettore la comprensione della saggezza, cura ed efficacia del Divino Maestro nel preparare il popolo a credere, amare e desiderare il Sacro Banchetto che si è costituito, fin dall’inizio, nell’elemento essenziale per fortificare nella virtù e perseveranza quelli già battezzati.


Nei primi undici secoli della Storia della Chiesa, l’Eucaristia diventò il centro della vita soprannaturale dei fedeli; tuttavia, al di fuori del Santo Sacrificio non riceveva nessun culto pubblico. Solo nel XII secolo cominciano ad apparire piccoli tabernacoli e, facendo fronte ad alcune sette eretiche che negavano la transustanziazione e la Presenza Reale di Gesù nel Santissimo Sacramento dell’Altare, si sollevò un grande fervore eucaristico.


Certe abitudini per quanto riguarda il Pane degli Angeli sorsero spontaneamente, altre furono istituite da autorità ecclesiastiche come, per esempio, l’ordine emanato dalla Cattedra di Pietro, da Papa Gregorio X, che tutti si inginocchiassero in adorazione durante le Messe, dalla Consacrazione fino alla Comunione.


Istituzione della Solennità del Corpus Domini


Miracolo Eucaristico di Bolsena

Un enorme incentivo alla devozione eucaristica sorse nel XIII secolo, a proposito di un portentoso miracolo. Nel 1263, un sacerdote tedesco in viaggio verso Roma si fermò a Bolsena per celebrare la Santa Messa. Durante la stessa, implorò l’aiuto di Dio per liberarsi dalle tentazioni messe in atto dal demonio contro la sua fede nella Sacra Eucaristia. Quale non fu il suo stupore quando, appena pronunciate le parole della Consacrazione, stillarono dalla Sacra Ostia gocce di Sangue al punto da inumidire completamente i corporali! Il fatto produsse una vera commozione popolare e le suddette reliquie furono portate nella città di Orvieto, dove si trovava Papa Urbano IV. Ecco la ragione dell’esistenza in questa città del più bel monumento di architettura policroma: la cattedrale gotica costruita allo scopo di accogliere quei tessuti di lino imbevuti del preziosissimo Sangue di Gesù Cristo.


L’anno seguente, Urbano IV promulgava la bolla Transiturus, istituendo nella Chiesa Universale la festa del Corpus Domini, da esser celebrata con solennità e giubilo tutti gli anni, il giovedì che segue la Domenica della Santissima Trinità.


In quell’epoca sorsero anche i più bei canti eucaristici come, per esempio, Adoro te devote, O salutaris Hostia, Ave verum Corpus, Ave salus mundi, ecc. In retribuzione al culto che Gli prestavano, Gesù Si manifestò con profusione di miracoli eucaristici: solo in Germania ci furono più di cento casi di Ostie Sanguinanti, tra i secoli XIII e XIV.


I Papi recenti


Per non essere prolissi nel riferire innumerevoli episodi sull’aumento del fervore eucaristico nel corso dei tempi, ne citiamo appena uno: l’estensione della Comunione ai bambini, all’inizio del XX secolo, realizzata da San Pio X attraverso il Decreto Quam singularis, del 15 agosto 1910. Con questo e altri due che lo precedettero sullo stesso tema, il 20 dicembre 1905 e il 7 dicembre 1906, il Santo Pontefice stimolava i fedeli a ricevere il Pane degli Angeli con la maggior frequenza possibile. “Il desiderio di Gesù Cristo e della Chiesa è che tutti i fedeli si accostino quotidianamente al Banchetto Sacro, la cui prima finalità non è garantire l’onore e la reverenza dovute al Signore, e nemmeno servire da premio o ricompensa per la virtù dei fedeli, quanto piuttosto far sì che i fedeli, uniti a Dio per mezzo di questo Sacramento, possano incontrare in lui la forza per vincere i desideri della carne, ottenere il perdono delle colpe lievi quotidiane ed evitare i peccati più gravi ai quali la fragilità umana è incline”.1


Infine, Giovanni Paolo II ci insegna, nella sua Enciclica Ecclesia de Eucharistia, che “dalla perpetuazione nell’Eucaristia del sacrificio della Croce e dalla Comunione col Corpo e con il Sangue di Cristo la Chiesa trae la necessaria forza spirituale per compiere la sua missione”.2 Nello svolgimento di questo bel documento, il Pontefice ricorda e ratifica la dottrina eucaristica dei grandi Santi e Concili, e raccomanda anche di “celebrare l’Eucaristia in un contesto degno di così grande mistero”.3


È in questa prospettiva storica che dobbiamo considerare il Vangelo di oggi.


II – Il Vangelo: analisi e commenti


In quel tempo, Gesù disse alla folla: 51 “Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che Io darò è la mia Carne per la vita del mondo”.


San Paolo

Fino al presente versetto, Gesù, nei suoi discorsi e rivelazioni, presentava gli effetti prodotti da questo “pane” in tutti quelli che di lui venissero degnamente ad alimentarsi. Qui, invece, definisce la sua sostanza: non è solo il “pane della vita (Gv 6, 48), ma il “pane vivo”, ossia, contiene la vita in se stesso. E realmente si tratta del “pane disceso dal Cielo” (Gv 6, 41), è il Verbo di Dio che “Si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14), per comunicarci la vita che era in Lui (cfr. Gv 1, 4) dal “principio” (Gv 1, 1), ossia, da tutta l’eternità. C’è, pertanto, una vita eterna in questo “pane vivo”, che conferisce, a colui che di questo si alimenta, il dono di vivere per sempre.


Ma, come aver parte in questa vita così preziosa?


Ai tempi dell’Antico Testamento, il modo di partecipare a un sacrificio consisteva nel cibarsi della vittima offerta.4 Questa realtà traspare chiaramente nella Prima Lettera di San Paolo ai Corinzi, nella quale, col suo instancabile zelo apostolico, non solo li ammonisce a fuggire dall’idolatria, ma cerca di incentivarli ad allontanarsi da essa: “Guardate l’Israele secondo la carne: quelli che mangiano le vittime sacrificali non sono forse in comunione con l’altare? Che cosa dunque intendo dire? Che la carne sacrificata agli idoli vale qualcosa? O che un idolo vale qualcosa? No, ma dico che quei sacrifici sono offerti ai demòni e non a Dio. Ora, io non voglio che voi entriate in comunione con i demòni; non potete bere il calice del Signore e il calice dei demòni; non potete partecipare alla mensa del Signore e alla mensa dei demòni” (10, 18-21).


Nella sua infinita sapienza, Dio ha accettato, dai primordi dell’Antichità, il cerimoniale dell’offerta di vittime e la maniera di partecipare al sacrificio, con l’intento di preparare gli uomini a ricevere i benefici dell’immolazione dell’Agnello di Dio, di Colui “che toglie il peccato del mondo” (Gv 1, 29).


E Gesù, con un anno di anticipo, annuncia che darà la Santa Eucaristia, sotto le specie di pane e di vino, e afferma che è la sua “Carne per la vita del mondo”.


Per intender bene il contenuto di questo versetto, dobbiamo ricordarci che, secondo il concetto giudaico di quei tempi, carne e sangue designavano l’uomo completo; ora, di quale carne si tratta qui? Si tratta della Carne di Cristo, Carne crocifissa e immolata per la “vita del mondo”. Ecco il carattere sacrificale dell’Eucaristia sottinteso in questa affermazione di Gesù.


Abbiamo visto poco sopra come in quell’atmosfera semitica – e anche greco-romana – si mangiasse la vittima offerta in sacrificio e in questo modo si partecipasse allo stesso. Infatti, è questo l’obiettivo essenziale di San Giovanni nel presente versetto, ossia, quello di accentuare l’effetto redentore e universale della Morte di Gesù, a beneficio del mondo.


Nostro Signore non fugge dalla polemica


52 Allora i giudei si misero a discutere aspramente fra loro: “Come può costui darci la sua Carne da mangiare?”


Quest’annuncio di Gesù è di un radicalismo più categorico rispetto alle rivelazioni fatte da Lui precedentemente, poiché poteva esser interpretato come avente un certo carattere di antropofagia. Di qui l’aver provocato non più semplice mormorio (cfr. Gv 6, 41), ma vero clamore. La reazione degli scribi e farisei conteneva un’energica censura alla promessa di Gesù, rifiutandosi di mangiare la sua Carne, considerandola una proposta fuori luogo e che attentava alla Legge e ai costumi.


È comunque curioso notare quanto l’atteggiamento di quegli increduli preannunciasse il razionalismo della nostra era!


53 Gesù disse loro: “In verità, in verità Io vi dico: se non mangiate la Carne del Figlio dell’Uomo e non bevete il suo Sangue, non avete in voi la vita”.


Gesù-Eucaristia.

Di fronte al fervore della disputa, Gesù, invece di attenuare la sua affermazione, la rafforza, facendo uso di una sorta di giuramento – “in verità, in verità” –, al fine di renderla ancora più chiara e contundente. Per possedere questa vita, è indispensabile mangiare la Carne e bere il Sangue di Cristo.


La condizione non poteva esser espressa con maggiore chiarezza, non dando assolutamente l’opportunità ad alcuna interpretazione metaforica. Si tratta di una descrizione interamente oggettiva. Tanto più che San Giovanni scrisse il suo Vangelo intorno alla decade 90, quando l’Eucaristia era il fulcro della vita della Chiesa, partecipata da tutti i fedeli che costituivano l’obiettivo principale della sua narrazione. Già nell’anno 56, San Paolo, rivolgendosi ai Corinzi, aveva lasciato un prezioso documento di quanto fosse salda in tutti la realtà della presenza del Divino Redentore nel Sacramento dell’Altare: “Parlo come a persone intelligenti. Giudicate voi stessi quello che dico: il calice della benedizione che noi benediciamo, non è forse comunione con il Sangue di Cristo? E il pane che noi spezziamo, non è forse comunione con il Corpo di Cristo?” (I Cor 10, 15-16).


Il realismo eucaristico di questo versetto si trova ben enunciato da San Giovanni Crisostomo: “‘se uno non mangia la mia Carne e non beve il mio Sangue, non ha vita in se stesso’. E siccome dicevano che questo era impossibile, Egli mostra che non solo non è impossibile, ma molto necessario. […] Vuol dire, che questo è il vero alimento che salva l’anima ed essi devono dar fede alle sue parole, di modo che non credano che quanto ha detto sia un enigma o una parabola, ma che comprendano che è necessario mangiare il suo Corpo davvero”.5


La vita che proviene dall’Eucaristia


54 “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue ha la vita eterna e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.


San Giovanni Evangelista

Questo versetto specifica il tipo di vita dato a chi mangia la Carne e beve il Sangue di Cristo: si tratta della visione beatifica.


Incorporati a Cristo mediante il Battesimo, abbiamo bisogno di essere alimentati dal suo Sangue e dalla sua Carne per sviluppare, per la pienezza, la nostra vita divina, pertanto, eterna.


A sua volta, poteva sembrare che Gesù stesse promettendo l’immortalità a chi mangiasse la sua Carne e bevesse il suo Sangue, per cui ha aggiunto: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.


55 “Perché la mia Carne è vero cibo e il mio Sangue vera bevanda”.


Si vede qui l’impegno di San Giovanni ad evitare il minimo dubbio sulla Presenza Reale del Corpo, Sangue, Anima e Divinità di Nostro Signore Gesù Cristo nell’Eucaristia. Sempre intriso della fervente virtù della fede, desiderava consegnare ai secoli futuri la sua incontestabile testimonianza su ciò che aveva udito sul più importante dei Sacramenti. Da qui la ripetizione di un concetto già enunciato.


56 “Chi mangia la mia Carne e beve il mio Sangue rimane in Me e Io in lui”.


Nella nostra vita umana, l’alimento è essenziale per la nostra crescita, mantenimento e salute. Dio così ha disposto in modo da dare, tra le altre ragioni, al nostro intendimento un simbolo degli effetti dell’Eucaristia. Questa produce nell’anima di chi la riceve qualcosa di analogo all’assimilazione dell’alimento da parte dell’organismo umano. Non attraverso una semplice permanenza fisica, ma per mezzo di una relazione intima e di un’unione strettissima. Nel Vangelo di San Giovanni, troviamo vari riferimenti di Gesù a questa permanenza mutua (cfr. Gv 14, 20; 15, 4-5; 17, 21; ecc.).


57 “Come il Padre, che ha la vita, ha mandato Me e Io vivo per il Padre, così anche colui che mangia Me vivrà per Me”.


Lo stesso autore e fonte della vita Si dà a noi come alimento per nutrirci. Il suo Corpo, Sangue, Anima e Divinità, come vero cibo e bevanda, sviluppano in noi la vita soprannaturale cominciata col Battesimo, poiché esso ci conferisce la grazia, una volta che “è compito dell’Eucaristia santificare l’anima e il corpo”.6 Così come Gesù riceve la vita dal Padre, noi la riceviamo dal Figlio come da fonte e principio.


Questa vita ci è concessa dalla grazia, e senza conoscerla non comprenderemo il presente versetto. Cerchiamo di sintetizzare in poche parole questa realtà infinita: “Il dono della grazia oltrepassa tutta la potenza della natura creata. Infatti, la grazia è una partecipazione alla natura divina, che trascende ogni altra natura. Ecco perché nessuna creatura può esser causa della grazia. Solamente Dio può deificare, comunicando un consorzio con la natura divina, mediante una partecipazione di similitudine. Allo stesso modo, solamente il fuoco e nessuna altra cosa può bruciare”.7


Commentando questo passo di San Tommaso d’Aquino, così si esprime il famoso padre Royo Marín: “La grazia è una vera qualità abituale che modifica accidentalmente l’anima che la riceve, rendendola deiforme, ossia, simile a Dio, comunicandole una partecipazione alla propria natura divina”.8 In questa stessa opera, padre Royo ci fornisce gli elementi per comprendere meglio la bellezza contenuta nel versetto in questione: “Tra i meravigliosi effetti che produce in noi la grazia santificante, ce n’è uno che eccede infinitamente la stessa grazia: l’inabitazione della Santissima Trinità nell’anima del giusto […]. La grazia, infatti, ci dà una partecipazione creata della natura increata di Dio. Ma l’inabitazione divina – totalmente inseparabile dalla grazia santificante – ce la dà lo stessissimo Dio, ossia, la stessa realtà increata che costituisce l’essenza propria di Dio”.9


Infine, conclude il grande teologo domenicano: “Nel cristiano, l’inabitazione equivale all’unione ipostatica nella Persona di Cristo, anche se non è lei, ma la grazia santificante, che ci costituisce formalmente figli adottivi di Dio. La grazia santi ficante penetra e imbeve formalmente la nostra anima, divinizzandola. Ma la divina inabitazione è come l’incarnazione, nelle nostre anime, dell’assolutamente divino: del proprio Essere di Dio tale come è in Se stesso, Uno in essenza e Trino in persone”.10


Questa partecipazione alla vita divina inizia con il Battesimo ma raggiunge la sua perfezione con l’Eucaristia che non solo conserva e aumenta in noi la virtù della carità, assomigliandoci a Gesù, ma anche ci stimola alla pratica della stessa: “L’effetto di questo Sacramento è la carità, non solo come abitudine, ma anche come atto, che questo Sacramento viene a ravvivare”.11


Nell’ampio firmamento della Chiesa, quasi non c’è Santo che non si sia pronunciato sui grandiosi effetti di questo Sacramento. Ricordiamo quello che Sant’Agostino disse di esso: “Io sono il nutrimento degli adulti. Cresci, e Mi mangerai, senza per questo trasformarMi in te, come il nutrimento della tua carne; ma tu ti trasformerai in Me”.12


Ecco alcuni elementi per intendere l’affermazione di Gesù: “colui che mangia Me vivrà per Me”.


58 “Questo è il pane disceso dal Cielo, non è come quello che mangiarono i padri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno”.


San Giovanni Evangelista amministra la Comunione alla Madonna.

Insiste il Divino Maestro, a causa della durezza di cuore di quelli che Lo attorniavano. Spiega, per comparazione, l’eccellenza del Pane Eucaristico. Quanti Giudei avevano beneficiato della manna nel corso dei quarant’anni nel deserto, eppure, si condannarono eternamente! Gesù promette a quelli che si alimentano di questo Sacramento, nelle condizioni imposte, la stessa vita eterna, la partecipazione alla vita e al godimento della Santissima Trinità.


III – Pace e consolazione per quelli che soffrono


Considerazioni sull’ Eucaristia potrebbero esser scritte al punto da render esigui gli spazi di tutte le biblioteche del mondo. Focalizziamone un’altra soltanto: la pace e la consolazione provenienti da questo così sublime Sacramento.


San Tommaso13 dimostra quanto costituisca un vizio il fatto di lasciare che la tristezza si impossessi dei nostri cuori, al punto da turbare l’uso della ragione. Ora, vivendo in questa fase storica così penetrata dall’angoscia, dal dramma e dall’afflizione, non sbagliamo quando affermiamo che la tristezza è la nota dominante dei nostri giorni. Dove, allora, ottenere la consolazione e la gioia del cuore? Tanto più che il cercar sollievo è un fenomeno naturale e spontaneo, una reazione psicologica di ogni anima oppressa.


Chi non cerca di appoggiarsi alle creature – siano esse parenti, amici, divertimenti – per parlare solo di quanto sta entro i limiti della liceità morale? Ma, l’attaccarsi alle creature è preparare nuove e amare disillusioni.


È nel tabernacolo, nell’Eucaristia, dove veramente possiamo incontrare quel giubilo tanto desiderato dai nostri cuori. È stato Gesù che ha affermato: “Venite a Me, voi tutti che siete stanchi e oppressi, e Io vi darò ristoro” (Mt 11, 28). L’unico conforto è in Dio ed è per questo che, sulla nostra vita in Cielo, l’Apocalisse dice: “non vi sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno” (21, 4), perché Dio stesso asciugherà le lacrime del suo popolo.


Accostiamoci, dunque, frequentemente, alla mensa della Comunione, sempre per mezzo di Maria, e saremo gli esseri più felici tra tutti.



1) SAN PIO X. Sacra Tridentina Synodus.


2) GIOVANNI PAOLO II. Ecclesia de Eucharistia, n.22.


3) Idem, n.48.


4) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.82, a.4.



5) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía XLVII, n.1. In:

Homilías sobre el Evangelio de San Juan (30-60). Madrid:

Ciudad Nueva, 2001, v.II, p.183-184.


6) CLEMENTE DI ALESSANDRIA. Pædagogus. L.II, c.2: MG 1, 411.


7) SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I-II, q.112, a.1.


8) ROYO MARÍN, OP, Antonio. Somos hijos de Dios.

Madrid: BAC, 1977, p.14.


9) Idem, p.42.


10) Idem, p.48.


11) SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., III, q.79, a.4.


12) SANT’AGOSTINO. Confessionum. L.VII, c.10, n.16.

In: Obras. 7.ed. Madrid: BAC, 1979, v.II, p.286.


13) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., II-II, q.136, a.1.


Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” da Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.

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