• Madonna di Fatima

V Domenica di Pasqua – Anno B.


Dio Padre

Vangelo


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 1 “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore. 2 Ogni tralcio che in Me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto. 3 Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato. 4 Rimanete in Me e Io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in Me. 5 Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in Me, e Io in lui, porta molto frutto, perché senza di Me non potete far nulla. 6 Chi non rimane in Me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano. 7 Se rimanete in Me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto. 8 In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli” (Gv 15, 1-8).


“Rimanete in Me”


Utilizzando l’immagine della vite, Gesù ha voluto che fosse chiara l’assoluta necessità di rimanere in Lui se vogliamo fruttificare. Anche Lui rimarrà in noi, a condizione che non siamo rami secchi…


I – Dio ha voluto farSi intimo a noi


Mosè si stupì del roveto che ardeva senza consumarsi. Quelle fiamme dall’insolita bellezza, mantenute vive grazie all’azione di un Angelo, esercitarono in lui una forte attrazione. Mosso da una soprannaturale curiosità, egli si avvicinò “a vedere questo grande spettacolo” (Es 3, 3) e quale non fu la sua sorpresa nell’udire da dentro le fiamme, la voce di Dio, che lo ammoniva a togliersi i sandali poiché si trovava in una “terra santa” (Es 3, 5).


Lì ha ricevuto l’elevata missione di liberare dalla prigionia il popolo eletto e di condurlo alla Terra Promessa. Tuttavia, in quegli albori del suo profetismo, fu colto da una perplessità: come presentare agli altri il Signore? Dubbio ovviamente comprensibile, poiché il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe era distante, invisibile e di difficile accesso. Ma, la risposta fu straordinariamente sintetica: “Iahweh”, ossia, “Io sono” (Es 3, 14). Quello era lo stesso Dio che aveva trascorso tutti i pomeriggi con Adamo nel Paradiso (cfr. Gen 3, 8) e che, dopo il peccato originale, aveva diradato la sua presenza tra gli uomini. A partire da quel momento, quasi sempre Si era manifestato attraverso la grandezza dei castighi – diluvio, confusione delle lingue, ecc. –, che incutevano profondo rispetto, timore e ammirazione nel popolo. Benché il passaggio del Mar Rosso, la manna ed altri avvenimenti miracolosi durante l’esodo avessero dato al popolo una conoscenza sperimentale dell’esistenza di un Essere Supremo che li proteggeva nelle vicissitudini della vita, la stessa consegna delle Tavole della Legge, sul Monte Sinai, divenne un simbolo del modo di relazionarsi di Dio con l’uomo, basato su una severa giustizia. Quell’Essere assoluto Si presentava al popolo eletto come un Legislatore intransigente, invisibile e intoccabile.


Questo modo di agire divino ha subito una trasformazione inimmaginabile in questi oltre duemila anni di Nuovo Testamento, da quando cioè “Il Verbo Si fece carne e venne ad abitare in mezzo a noi” (Gv 1, 14). Quello stesso Dio che aveva fatto tremare il Sinai e aveva dato grandi poteri al braccio di Sansone e alla voce di Elia, ha potuto essere adorato come neonato nella mangiatoia, a Betlemme, ed è stato tra le braccia di Maria, Giuseppe, Simeone e dei Re Magi.


Adorazione dei Re Magi

Dodici anni più tardi, ancora bambino, ha discusso con i dottori nel Tempio, e durante la sua giovinezza, ha aiutato suo padre nei lavori di falegnameria. Poi quando ha iniziato la sua missione pubblica, si è presentato ad un matrimonio, a Cana, ed ha compiuto in quest’occasione il suo primo miracolo.


In Gesù, Dio ha voluto farSi intimo nostro. Egli ha continuato ad essere lo stesso Iahweh, ma Si è attribuito titoli diversi: “Io sono il Buon Pastore” (Gv 10, 11), “Io sono la Via, la Verità e la Vita” (Gv 14, 6), “Io sono la Luce del mondo” (Gv 8, 12), “Io sono la Porta delle pecore” (Gv 10, 7), “Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo” (Gv 6, 51). Facendo riferimento a tutte queste immagini – comparandoSi addirittura alla gallina con i suoi pulcini, quando piange su Gerusalemme (cfr. Mt 23, 37) –, Egli mostra bene il suo incommensurabile desiderio – desiderio eterno – di renderci partecipi della sua vita.


È in questo contesto che si inserisce il Vangelo di oggi.


II – La nostra permanenza in Gesù


In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 1 “Io sono la vite vera e il Padre mio è l’agricoltore”.


Così commenta il Cardinale Isidro Gomá y Tomás: “La bellissima allegoria della vite mistica, come quella del Buon Pastore, c’è stata tramandata soltanto da San Giovanni. Può aver servito da spunto al Signore il ricordo del vino della cena, di cui disse che non ne avrebbe più bevuto. O più semplicemente l’ha inventata, poiché quest’immagine era estremamente adatta ad esprimere il pensiero, o meglio, la teoria dell’unione spirituale con Lui”.1


Per Israele, il pergolato d’uva era una realtà del tutto comune e corrente, al punto che, sotto il regno di Salomone, la Scrittura così si riferisce alla pace da lui conquistata con tutti i popoli vicini: “Giuda e Israele erano al sicuro; ognuno stava sotto la propria vite e sotto il proprio fico, da Dan fino a Bersabea” (I Re 4, 25).


E qual è il significato dell’aggettivo “vera”, utilizzato dal Maestro in questo versetto? Prima aveva già detto: “Non Mosè vi ha dato il pane dal Cielo, ma il Padre mio vi dà il pane dal Cielo, quello vero” (Gv 6, 32) e Giovanni aveva affermato che Lui era “la luce vera” (Gv 1, 9). Come spiegare l’uso di questi aggettivi?


Di fronte alle eresie del passato, alcuni Padri della Chiesa cercavano di chiarire questo particolare riferendosi agli effetti prodotti dalla “vite”, dalla “luce” o dal “pane” veri; in quanto atti ad alimentare la fede di coloro che se ne servono, mentre i corrispondenti esseri materiali servono soltanto per il sostentamento e lo sviluppo fisico. Noi, però, siamo portati a credere che Dio, nella sua infinita ed eterna saggezza, abbia creato questi esseri tutti – luce, pane, vite, pastore, via, ecc. – soprattutto per farSi meglio intendere dall’uomo.


In questo senso, essi non contengono la verità intera, ma soltanto la simbolizzano. L’archetipo di questi esseri si trova in Gesù stesso.


Perché allora Gesù, in quest’occasione, comincia a parlare della vite e del vignaiolo? Consideriamo nuovamente quanto dice il Cardinale Gomá: “Gesù disse ai suoi discepoli che Si sarebbe separato da loro, ma questa sarebbe stata solo una separazione secondo il corpo. Spiritualmente, sarebbero dovuti rimanere intimamente uniti a Lui per vivere la vita divina; sarebbero morti se da Lui si fossero separati. Questa dottrina Egli la propone ricorrendo all’allegoria della vite. ‘Io sono la vera vite’, la vite ideale e perfettissima, nella quale, meglio che nelle viti del campo, si verificano le condizioni proprie di questa pianta. Il coltivatore di questa vite spirituale e incorruttibile è il Padre: ‘E mio Padre è il vignaiolo’. Gesù non sarebbe la nostra vite se non fosse Uomo; però non ci darebbe la vita di Dio se non fosse Dio. Dunque, Gesù è il Messia, Figlio di Dio”.2


“Il Padre mio è l’agricoltore”


2 “Ogni tralcio che in Me non porta frutto, lo taglia, e ogni tralcio che porta frutto, lo pota perché porti più frutto”.


Gesù ha affermato che il Padre è il vignaiolo, di conseguenza, è Lui che si assume il compito della potatura, della pulizia e delle cure. Come già abbiamo detto in precedenza, Dio ha creato la vite, tra le altre ragioni, per servire da esempio a questi procedimenti propri del Padre, e per comprendere meglio la relazione che esiste tra i battezzati e Cristo. La vite, tra i vegetali, è quella che meglio ci fa intendere la necessità del taglio o della potatura. San Paolo è molto esplicito nella sua valutazione del Vignaiolo: “Ora né chi pianta, né chi irriga è qualche cosa, ma Dio che fa crescere. Non c’è differenza tra chi pianta e chi irriga, ma ciascuno riceverà la sua mercede secondo il proprio lavoro. Siamo infatti collaboratori di Dio, e voi siete il campo di Dio, l’edificio di Dio” (I Cor 3, 7-9).


Questi insegnamenti di Gesù ci mostrano quanto sia pieno di vitalità il suo Corpo Mistico. I “rami” improduttivi, il Padre li strappa; e quelli che promettono frutti futuri Egli li potae li accomoda affinché traggano beneficio dalla linfa del modo più eccellente.


Sarebbe lungo fare l’elenco dei “rami” infruttiferi, poiché molti sono i vizi, le cattive inclinazioni e i peccati che bloccano il flusso normale della “linfa” della grazia. In sintesi, tutti hanno origine nell’egoismo umano. Il rimanere ripiegati su se stessi, attenti solo alle proprie convenienze, porta come conseguenza inevitabile una rottura con le grazie di Dio, perché queste ci sono date in vista del nostro cammino verso il Regno. D’altra parte, come afferma San Giovanni Crisostomo,3 nessuno può essere vero cristiano senza le buone opere. Ora, l’egoismo non le produce mai.


Riguardo alla “potatura” dei rami fruttuosi, cioè le tentazioni o le altre difficoltà permesse da Dio, ci sono doni, consolazioni e stimoli soprannaturali, azioni divine che mirano a moltiplicarne la loro fertilità. Dalle parole di Gesù, si vede quanto le tentazioni siano utili per conferire più valore e merito ai “rami” buoni.


Per riassumere: “Quello che si vuole dire qui è che Cristo, Dio-Uomo, influisce direttamente, attraverso la grazia, nei sarmenti. Il Padre, d’altro canto, è Colui che ha il governo e la provvidenza esteriore della vite”.4


Gli Apostoli furono purificati per la parola


3 “Voi siete già puri, a causa della parola che vi ho annunciato”.


Sant’Agostino,5 con la sua inconfondibile caratteristica di fede e senso teologico, commenta questo versetto richiamando l’attenzione sull’efficacia della parola. Nel Sacramento del Battesimo, il semplice impiego dell’acqua, se da una parte poteva essere utile per lavare il corpo, mai avrebbe potuto purificare l’anima. L’efficacia del Sacramento esige anche l’uso della parola con l’intenzione di operare questa purificazione. È grazie alla parola che l’acqua, scorrendo sulla testa del battezzando, purifica la sua anima.


Nostro Signore lava i piedi di San Pietro

Vari Padri della Chiesa sono dell’opinione che Gesù, in questo passaggio, avrebbe fatto un’allusione indiretta all’apostasia di Giuda, che si trovava assente per perpetrare il suo tradimento. Prima di quest’episodio, infatti, Gesù aveva risposto a Pietro subito all’inizio della lavanda dei piedi: “Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti” (Gv 13, 10). Egli sapeva che Giuda Lo avrebbe tradito; per questo disse: “voi siete mondi, ma non tutti”.


Osservano altri ancora che, in questo versetto, Gesù afferma di aver assunto il ruolo di “agricoltore”, nel purificare gli Apostoli con la parola, nonostante poco prima Si fosse denominato “vite vera”.


Condizione per rimanere in Cristo


4 “Rimanete in Me e Io in voi. Come il tralcio non può portare frutto da se stesso se non rimane nella vite, così neanche voi se non rimanete in Me”.


Una volta puliti, bisogna mantenersi in questo stato. Per questo, è indispensabile mettere in pratica i Comandamenti, poiché “non chiunque Mi dice: Signore, Signore, entrerà nel Regno dei Cieli, ma colui che fa la volontà del Padre mio che è nei Cieli” (Mt 7, 21).


Padre Manuel de Tuya, riguardo a questo versetto fa delle osservazioni degne di nota: “Il verbo che utilizza – rimanere – è un termine tecnico specifico di Giovanni. Egli lo usa 40 volte nel suo Vangelo e 23 nella sua Prima Epistola. E qui, con questo verbo, formula l’intima, permanente e vitale unione dei fedeli con Cristo”.6


Con la sua abituale chiarezza, Maldonado spiega il significato di questa permanenza nostra in Gesù. È come se Egli dicesse: “‘Se volete dar frutti ed evitare che il Padre vi strappi, rimanete in Me. Da parte mia, Io ho già fatto quello che dovevo – commenta Teofilato –, mondandovi con la mia dottrina; ora fate voi quello che dovete fare. Rimanete, perseverate in questa pulizia che Io vi ho procurato. Cioè, rimanete in Me’. Leonzio e Cirillo osservano: ‘Comanda loro di rimanere in Lui, non solo con la fede, ma principalmente con la carità, poiché con la fede sono molti quelli che rimangono in Lui senza tuttavia dare frutto alcuno. Cristo Si riferiva a quella permanenza in Lui stesso che produce frutti, il che è impossibile senza la carità. Alle volte vediamo nella vite molti tralci secchi, morti, infruttiferi, per ché non attingono alla linfa della radice. Questi sono coloro che aderiscono a Cristo soltanto con la fede. Sono tralci, rimangono nella vite, ma sono morti e secchi, perché non assorbono il liquido della grazia di Cristo, di cui non si può aver parte senza la carità, che è vita dell’anima’”.7


III – La permanenza di Dio in noi


La nostra vita in Cristo è un tema molto commentato e conosciuto, mentre, si parla meno della sua permanenza in noi. Ora, questa è una realtà soprannaturale di fondamentale importanza, su cui dobbiamo soffermarci per comprenderla bene.


Prima di questo passaggio del Vangelo, che la Liturgia ci propone per questa domenica, troviamo quest’affermazione di Gesù: “Se uno Mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e Noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14, 23). Pertanto, non si tratta della permanenza della Seconda Persona soltanto, ma anche della Prima, ossia, del Padre. E San Paolo dirà più tardi: “Non sapete che siete tempio di Dio e che lo Spirito di Dio abita in voi?” (I Cor 3, 16). Si tratta, dunque, della inabitazione della Santissima Trinità, o, in altre parole, Dio abita nell’anima in stato di grazia.


Lasciamo da parte le considerazioni sul modo in cui si realizza questo abitare di Dio in noi. Un argomento che è stato molto dibattuto dagli specialisti nel corso dei secoli e che ha visto un moltiplicarsi di opinioni senza che nessuna sia riuscita a risolvere in maniera soddisfacente questo grande mistero. Per la nostra formazione spirituale, importa di più il fatto di questo abitare di Dio in noi e, fortunatamente, in questa tematica c’è completa unanimità tra i teologi.


Dio è presente in tutte le creature


Nostro Signore e l’Eucaristia

Cominciamo col focalizzare la realtà della presenza divina in Gesù. La presenza di Dio in Lui non avviene come in un tempio. Per l’unione ipostatica, Egli non ha personalità umana, ma solo divina. Questa è la più alta presenza possibile di Dio in una creatura. La seconda presenza più importante è quella Eucaristica. In modo diretto e immediato, questa riguarda unicamente il Corpo di Cristo, ma in maniera indiretta essa è in relazione con le tre inseparabili Persone della Santa Trinità, per il fatto che il Verbo ha una intrinseca unione personale con l’umanità santissima di Cristo.


Nonostante non sia visibile, Dio è presente in tutte le creature, come spiega San Tommaso: “È necessario che Dio sia presente in tutte le cose e intimamente”.8 E più avanti: “Dio è presente in tutte le cose con potenza, perché tutto è sottomesso al suo potere. È in tutto con presenza, perché tutto è scoperto e sotto i suoi occhi. Ed è in tutto con essenza, perché è presente in tutte le cose come causa dell’essere di tutte loro”.9


La permanenza divina in noi, di cui ci parla il Vangelo di oggi, è inferiore alle prime due, ma speciale in relazione all’ultima, sebbene la presupponga.


Egli rimane in noi come Padre e Amico


La presenza generale, denominata presenza d’immensità, è comune ad ogni essere creato, sia che si tratti di una goccia d’acqua o di un Angelo che di un reprobo caduto nell’inferno. Senza di questa, la creatura ritornerebbe al nulla. Ora, nel versetto in questione, Gesù ci parla di una permanenza del tutto particolare. Come sappiamo, la paternità si verifica solo quando il padre trasmette la sua natura al figlio; così, per quanto una statua possa essere simile nell’aspetto al figlio del suo scultore, uno sarà figlio mentre l’altra sarà semplice statua, priva della natura umana. Gesù è realmente Figlio di Dio, perché possiede la natura divina nella sua pienezza; e anche noi, i battezzati, lo siamo per un’adozione intrinseca attraverso la grazia santificante che ci dà una misteriosa partecipazione a questa divina natura. Dal Battesimo, Dio – che già Si trovava in noi in quanto creature, come in precedenza abbiamo visto – prende dimora nella nostra anima, come Padre e la tratta come autentica figlia sua. Questa permanenza è esclusiva e propria dei figli di Dio.


Come c’insegna San Tommaso,10 la carità stabilisce una profonda e mutua amicizia tra Dio e gli uomini. Per questo, per mezzo della carità soprannaturale infusa nell’anima insieme al corteo di tutte le altre virtù e doni, Dio rimane in essa con una realtà differente, non più come puro Creatore, ma anche come Padre e, come Amico. È per questo che si attribuisce allo Spirito Santo in modo speciale questa inabitazione della Santissima Trinità, per essere Lui l’Amore increato.


La permanenza di Dio ci divinizza


Secondo i teologi, questa permanenza è il primo e il maggiore di tutti i doni che possiamo ricevere, poiché ci dà il reale e vero possesso di Dio. Come una creatura in gestazione si alimenta permanentemente della vita della madre, questa permanenza di Dio nell’anima le conferisce in una forma ininterrotta la stessa vita divina. Qui si intende meglio la frase di Gesù: “Io sono venuto perché abbiano la vita e l’abbiano in abbondanza” (Gv 10, 10). È per questo che la Chiesa denomina lo Spirito Santo il “Ospite dolce dell’anima – Hospes animae”.11 Egli non entra nelle nostre anime solo per una rapida visita, ma per rimanervi. Egli non solo dilata le nostre anime alle verità della Fede, ma anche ci rende intimi dei suoi misteri, facendoceli conoscere in maniera repentina o progressiva. Come consolatore e medico, guarisce le nostre infermità, ci irrobustisce nelle nostre fragilità, ci insegna a pregare (cfr. Rm 8, 26). Conosce bene il cammino che dobbiamo percorrere e con le sue dolci – e tante volte, efficaci – ispirazioni, ci conduce lungo questo.


Questa meravigliosa permanenza della Santissima Trinità in noi elargisce alle nostre anime il suo pieno possesso e piacevole fruizione, proprio come ci insegna lo stesso San Tommaso: “Così si dice anche che possediamo solamente quello che possiamo liberamente usare e di cui usufruiamo. Ora, si può fruire di una Persona Divina soltanto per mezzo della grazia santificante. […] Il dono della grazia santificante perfeziona la creatura razionale affinché con libertà non solamente usi il dono creato, ma anche fruisca della stessa Persona Divina”.12


In sintesi, questa permanenza di Dio in noi, promessa da Gesù in questo versetto, a condizione che noi permaniamo in Lui, ci trasforma in Dio, salvaguardate le debite proporzioni tra Creatore e creatura. Questa realtà è stata magnificamente espressa da padre Ramière: “È vero che nel ferro rovente si trova la somiglianza col fuoco, ma non è tale che il più abile pittore possa riprodurla servendosi dei più vivaci colori; essa non può risultare se non dalla presenza e azione dello stesso fuoco. La presenza del fuoco e la combustione del ferro sono due cose distinte, poiché questa è una maniera di essere del ferro, e quella una relazione dello stesso con una sostanza estranea. Ma le due cose, per quanto distinte siano, sono inseparabili l’una dall’altra: il fuoco non può stare unito al ferro senza renderlo incandescente, e la combustione del ferro non può risultare se non dalla sua unione con il fuoco.


“Così, l’anima giusta possiede in se stessa una santità distinta dallo Spirito Santo, ma essa è inseparabile dalla presenza dello Spirito Santo in quest’anima, pertanto, è infinitamente superiore alla più elevata santità che un’anima, nella quale non abiti lo Spirito Santo, possa raggiungere. Quest’ultima non potrebbe essere divinizzata se non moralmente, per la somiglianza delle sue disposizioni con quelle di Dio. Il cristiano, al contrario, è divinizzato fisicamente e, in un certo senso, sostanzialmente, dato che, senza convertirsi in una medesima sostanza e in una medesima persona con Dio, possiede in sé la sostanza di Dio e riceve la comunicazione della sua vita”.13


La nostra assoluta dipendenza dalla grazia


5 “Io sono la vite, voi i tralci. Chi rimane in Me, e Io in lui, porta molto frutto, perché senza di Me non potete far nulla”.


Questo è uno dei versetti più categorici per quanto riguarda la nostra assoluta dipendenza dalla grazia per operare qualsiasi atto con merito soprannaturale. Già nel II Concilio Milevitano (416) e nel XVI Cartaginese (418), fu sottolineata quest’affermazione di Gesù, evidenziando che Egli non ha detto che è difficile fare qualcosa senza il suo concorso, quanto piuttosto che sia impossibile: “senza di Me non potete far nulla”.


6 “Chi non rimane in Me viene gettato via come il tralcio e secca; poi lo raccolgono, lo gettano nel fuoco e lo bruciano”.


Sant’Agostino, in forma sintetica, fa luce su questo versetto: “I tralci della vite infatti tanto sono preziosi se restano uniti alla vite, altrettanto sono spregevoli se vengono recisi. Come il Signore fa rilevare per bocca del profeta Ezechiele, i tralci recisi dalla vite non possono essere né utili all’agricoltore, né usati dal falegname in alcuna opera (cfr. Ez 15, 5). Il tralcio deve scegliere tra una cosa e l’altra: o la vite o il fuoco: se non rimane unito alla vite sarà gettato nel fuoco. Quindi, se non vuol essere gettato nel fuoco, deve rimanere unito alla vite”.14


7 “Se rimanete in Me e le mie parole rimangono in voi, chiedete quello che volete e vi sarà fatto”.


Questa promessa di Gesù è commovente perché, come giustamente sostiene il Cardinal Gomá,15 Dio, in un certo modo, obbedirà alle richieste che Gli si faranno, come frutto di questa permanenza in Cristo. È necessario, tuttavia, custodire le sue parole con amore e riflessione e metterle in pratica, sull’esempio di Maria, che “serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore” (Lc 2, 19).


Se si osservano le condizioni enunciate in questo versetto, la conseguenza sarà quella di una piena unione con Cristo. Stando così le cose, le richieste saranno infallibilmente formulate in accordo con i suoi desideri pertanto, saranno sempre ascoltate.


IV – La più grande lode che si possa dare a Dio


8 “In questo è glorificato il Padre mio: che portiate molto frutto e diventiate miei discepoli”.


La verità contenuta in questo versetto ci porta a concludere che Dio stesso ci guadagna – ad extra, è chiaro – da questa permanenza reciproca. Ad intra, la gloria di Dio è intrinsecamente assoluta, ma qui è realizzato lo scopo delle creature intelligenti, Angeli ed uomini, cioè, il tributarGli la gloria formale estrinseca. La più alta lode che si possa fare a Dio si trova nelle buone opere. Oltretutto, se sono conosciute dagli altri, esse incitano all’imitazione. Questa gloria consiste non solo nella molteplicità dei buoni frutti, ma anche nella nostra qualità di discepoli di Cristo – come lo furono gli Apostoli e molti altri nel corso di due millenni –, ossia, nell’essere veri araldi del Vangelo con la parola e con l’esempio.


1) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Pasión y Muerte.

Resurrección y vida gloriosa de Jesús. Barcelona: Rafael

Casulleras, 1930, v.IV, p.224-225.


2) Idem, p.225.


3) Cfr. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía LXXVI, n.1. In: Homilías

sobre el Evangelio de San Juan (61-88). Madrid: Ciudad Nueva,

2001, v.III, p.167.


4) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada.

Evangelios. Madrid: BAC, 1964, v.V, p.1242.


5) Cfr. SANT’AGOSTINO. In Ioannis Evangelium.

Tractatus LXXX, n.3. In: Obras. 2.ed. Madrid:

BAC, 1965, v.XIV, p.364-365.


6) TUYA, op. cit., p.1243.


7) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios.

Evangelio de San Juan. Madrid: BAC, 1954, v.III, p.821-822.


8) SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. I, q.8, a.1.


9) Idem, a.3.


10) Cfr. Idem, II-II, q.23, a.1.


11) MESSA DEL GIORNO DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE. Sequenza.

In: MESSALE ROMANO. Lezionario Domenicale e Festivo. Anno B.

Riformato a norma dei decreti del Concilio Ecumenico Vaticano II

e promulgato dal Papa Paolo VI. Città del Vaticano:

L. E. Vaticana, 2007, p.242.


12) SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., I, q.43, a.3; ad 1.


13) RAMIÈRE, SJ, Enrique. El Corazón de Jesús y la divinización

del cristiano. Bilbao: Mensajero, 1936, p.229-230.


14) SANT’AGOSTINO, op. cit., Tractatus LXXXI, n.3, p.368.


15) Cfr. GOMÁ Y TOMÁS, op. cit., p.227.


Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” da Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.