• Madonna di Fatima

XIX Domenica del tempo ordinario – Anno B


Santissimo Sacramento

Vangelo


In quel tempo, 41 i giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal Cielo”. 42 E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di Lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal Cielo’?” 43 Gesù rispose loro: “Non mormorate tra voi. 44 Nessuno può venire a Me, se non lo attira il Padre che Mi ha mandato; e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: ‘E tutti saranno istruiti da Dio’. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da Lui, viene a Me. 46 Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo Colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità Io vi dico: chi crede ha la vita eterna. 48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal Cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che Io darò è la mia Carne per la vita del mondo” (Gv 6, 41-51).


“Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo”


Mangiando il frutto proibito, i nostri progenitori hanno commesso peccato ed è entrata nel mondo la morte. Per mezzo di un altro alimento, il “pane disceso dal Cielo”, ci è stata restituita la vita. Nell’Eucaristia, Dio stesso Si offre all’uomo come cibo, dandogli infinitamente più di quanto aveva perduto.


I – Dio Si offre come alimento


Nel prendere un primo contatto con questo passo del Vangelo di San Giovanni, subito ci imbattiamo con la sorprendente, ostinata e illogica incredulità dei contemporanei di Gesù, in relazione alla sua divinità.


Trascorsi due millenni, magari ci è difficile comprendere come qualcuno potesse dubitare della divinità di Nostro Signore di fronte a prove tanto evidenti: guarigioni da ogni tipo di malattie, liberazione da possessioni diaboliche, resurrezioni e altri miracoli prodigiosi, tra i quali la trasformazione dell’acqua in vino o la moltiplicazione dei pani e dei pesci, avvenuta poco prima dell’episodio narrato in questo Vangelo della 19ª Domenica del Tempo Ordinario.


Come era, intanto, possibile a qualcuno contestare le sue chiare affermazioni riguardo alla sua divinità e disprezzare i suoi divini attributi? Che cosa induceva i suoi contemporanei a un tale atteggiamento?


Quando nell’uomo è preponderante la materia


La natura umana è un composto di spirito e materia – l’anima e il corpo – nel quale vi è una gerarchia in cui la parte spirituale deve governare quella materiale, il che avviene con la pratica della virtù, con l’aiuto della grazia. Ma, quando l’uomo si lascia dominare dalle potenze inferiori, le passioni sregolate esercitano una tirannia sulla parte più nobile ed elevata ed egli diventa dedito al vizio. Nel primo caso predomina lo spirito e diciamo che siamo di fronte all’uomo spirituale; nel secondo, è preponderante la materia: è l’uomo carnale, o come si dice modernamente, materialista.


Soffermiamoci un poco sul secondo caso, cercando di descrivere alcuni tratti della psicologia dell’uomo carnale, per meglio comprendere la durezza di cuore dei contemporanei di Gesù. Il materialista è rivolto principalmente alla fruizione sensibile della vita. I suoi orizzonti intellettuali abbracciano poco più di quello che è la realtà concreta. Si direbbe che abbia perduto la capacità di vedere i fatti in tre dimensioni, passando a osservare tutto su un piano solo, quello dei loro piccoli interessi personali e immediati, senza la profondità di ciò che è eterno. Per questo, non è capace di captare le realtà più elevate, di ordine soprannaturale.


Il materialista è un miope dello spirito. Diventa incapace di elevare lo sguardo verso i grandi orizzonti della Fede che Dio gli offre misericordiosamente.


Visualizzazione deformata dei contemporanei di Gesù


È questa impostazione distorta dello spirito che portava i contemporanei di Gesù a vedere in Lui solo il figlio del falegname Giuseppe e nulla più. Erano incapaci di ammirare e venerare le sue eccelse virtù, nelle quali non poteva non trasparire la sua divinità, perché avevano lo spirito indurito dalla considerazione semplicemente rivolta alla realtà concreta, immediata e visibile. Non potevano ammettere che Colui il quale avevano visto crescere e vivere tra loro potesse esser Dio e Uomo: “Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal Cielo’?”.


Era da questa visualizzazione materialista che nasceva l’impossibilità di accettare il maggior dono di Dio all’umanità: l’Eucaristia, tema di questo Vangelo. Infatti, le realtà visibili sono immagini di quelle invisibili e soprannaturali, come insegna San Paolo:


“Infatti le sue perfezioni invisibili, ossia la sua eterna potenza e divinità, vengono contemplate e comprese dalla creazione del mondo attraverso le opere da Lui compiute” (Rm 1, 20). Per avere questa visione dell’universo è però necessario essere uomo spirituale.


La Sacra Famiglia durante un pasto

Ora, carnali e rivolti com’erano alla realtà concreta, i Giudei, almeno nella loro maggioranza, non avrebbero potuto comprendere ciò che voleva dire loro il Divino Maestro, quando parlava di un “pane disceso dal Cielo”, che avrebbe portato loro la vita eterna. Per loro, la finalità unica dell’alimento era sostentare la vita materiale umana. Il loro intelletto difficilmente si sarebbe potuto sollevare a questa verità trascendente: creando l’uomo con la necessità di nutrirsi, Dio aveva come scopo l’istituzione dell’Eucaristia, per poter sostentare, per mezzo del “pane disceso dal Cielo”, la sua vita soprannaturale.


L’alimento favorisce l’unione di coloro che lo condividono


L’alimentazione, oltre alla finalità immediata di far fronte alla vita dell’uomo, ha anche un’importanza rispetto al ruolo sociale: quello di unire le persone. Per esempio, è intorno alla tavola che la famiglia si riunisce quotidianamente e mette in comune, non solo gli alimenti, ma anche i sentimenti, gli ideali, il modo di essere e perfino i problemi. È a tavola che si svolge la conversazione e i padri hanno una delle migliori occasioni per formare via via lo spirito dei figli.


Il sedersi tutti insieme, stabilisce uno speciale trait-d’union tra i membri di una famiglia, di un gruppo di amici o di una comunità religiosa, che trascende dalle semplici prelibatezze per valori più alti. L’alimento possiede qualcosa che favorisce l’unione di coloro che lo condividono. I vincoli familiari, sociali o religiosi si fortificano e la vera amicizia si consolida.


È intorno alla tavola che si realizzano anche le commemorazioni dei piccoli o grandi fatti della vita.


La morte entrò per il cattivo uso dell’alimento


Adamo ed Eva mangiano il frutto proibito

Anche nel Paradiso Terrestre, dove l’uomo aveva gli istinti perfettamente ordinati, è da supporre che, se non ci fosse stato peccato e la vita si fosse svolta in condizioni normali, sarebbe stato sempre intorno all’atto della nutrizione che sarebbero trascorsi i migliori momenti dell’incontro sociale e familiare.


Poiché il maggior dono di Dio all’umanità sarebbe stato dato sotto forma di alimento, fu attraverso un elemento nutriente che il Creatore volle mettere alla prova i nostri progenitori, per dopo concedere loro un così alto dono: “Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, nel giorno in cui tu ne mangerai, certamente dovrai morire” (Gen 2, 16-17). È questa la forma caratteristica dell’agire di Dio. Chiede una piccola rinuncia per poi dare un’infinità di ricompense.


Con l’atto di mangiare il frutto proibito, entrò la morte nel mondo; per mezzo del “pane disceso dal Cielo”, ci fu restituita la vita: “Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno”. Il primo peccato fu commesso con l’abuso di un alimento e la salvezza eterna ci viene attraverso un altro. L’Eucaristia si presenta come una forma di risposta, da parte di Dio, al peccato originale, dando ai figli di Adamo infinitamente più di quanto avevano perduto: è lo stesso Dio che Si offre come alimento per l’uomo. Non c’è possibilità di un darsi maggiore di quello dell’Eucaristia: “e il pane che Io darò è la mia Carne per la vita del mondo”.


Con questi presupposti, mediteremo meglio su questo brano del Vangelo, accrescendo il nostro amore e riconoscimento verso il Divino Redentore, per l’immenso dono dell’Eucaristia.


II – Eucaristia e vita eterna


In quel tempo, 41 i giudei si misero a mormorare contro Gesù perché aveva detto: “Io sono il pane disceso dal Cielo”. 42 E dicevano: “Costui non è forse Gesù, il figlio di Giuseppe? Di Lui non conosciamo il padre e la madre? Come dunque può dire: ‘Sono disceso dal Cielo’?” 43 Gesù rispose loro: “Non mormorate tra voi”.


Santissimo Sacramento esposto

Queste parole di Gesù furono pronunciate nella sinagoga di Cafarnao. Il giorno precedente, Egli aveva operato il prodigio della moltiplicazione dei pani, immagine del miracolo, di gran lunga più portentoso, dell’Eucaristia. Meravigliata, la moltitudine andò in cerca di Lui fino ad incontrarLo in questa città. Tuttavia, interpellato da loro, Gesù censurò il loro poco spirito di fede e la loro mentalità materialista: “In verità, in verità Io vi dico: voi Mi cercate non perché avete visto dei segni, ma perché avete mangiato di quei pani e vi siete saziati. Datevi da fare non per il cibo che non dura, ma per il cibo che rimane per la vita eterna e che il Figlio dell’Uomo vi darà” (Gv 6, 26-27).


Moltiplicando i pani e i pesci, Cristo aveva provato il suo potere sulla materia, preparando così il popolo a credere nell’Eucaristia. Intanto, il cuore dei suoi ascoltatori si indurì e, di fronte all’annuncio di un così grande dono, dubitarono, afferrandosi alle realtà visibili e concrete. Gesù, per loro, continuava ad essere “il figlio di Giuseppe”. Nemmeno la credenza, nel frattempo molto diffusa in Israele, che il Messia sarebbe venuto a portare una nuova manna, contribuì ad aprire loro gli occhi e il cuore, di fronte alla moltiplicazione dei pani.


Solamente Dio può muovere le anime verso la perfezione


44 “Nessuno può venire a Me, se non lo attira il Padre che Mi ha mandato; e Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.


La moltiplicazione dei pani

In questa frase tanto semplice si racchiude un prezioso principio teologico che deve indirizzare l’attività pastorale dei sacerdoti, come l’apostolato dei laici. Tutto il bene che possiamo fare ha la sua origine in una iniziativa di Dio.


Quante volte, nel nostro operato, crediamo di aver fatto grandi opere, formulato idee centrate, parlato in forma attraente, scritto parole sublimi… Tutto viene da Dio. La nostra azione ha prodotto qualche risultato? Ci sono state anime che si sono infervorate, hanno cambiato vita, hanno abbandonato le vie del peccato? È stata la grazia di Dio che ha agito in loro e le ha mosse ad accettare bene quello che è stato detto o fatto.


Nostro Signore usa il termine “nessuno”, il quale non dà margine ad alcuna eccezione. “Nessuno può venire a Me, se non lo attira il Padre”. Gesù stesso, l’Uomo-Dio, pur avendo tutto il potere, ci dà un divino esempio di umiltà, attribuendo al Padre l’iniziativa del bene che Egli fa. Inclusivamente nella nostra vita spirituale, qualsiasi movimento della nostra anima verso la perfezione, si deve a un’azione della grazia. E’ sempre Dio che prende l’iniziativa di attirarci.


Alcuni discutono sul ruolo del libero arbitro in questa attrazione soprannaturale esercitata da Dio, ponendo l’accento sul fatto che il termine “attira” implica una certa violenza. San Tommaso1 risponde con la sua logica caratteristica a questa obiezione, spiegando che possono esserci diverse forme di attrazione, senza violenza né costrinsione. Si può attrarre qualcuno per mezzo di un artificio dell’intelligenza ma Dio anche può approssimarci a Lui con l’incanto, con la bellezza della sua maestà.


Anche padre Manuel de Tuya pone in risalto il ruolo della libertà umana di fronte all’azione della grazia: “Dio conduce le anime alla fede in Cristo: quando Lui vuole, infallibilmente, irresistibilmente, sebbene in un modo talmente meraviglioso, esse vengono anche liberamente; questo aspetto di libertà, nell’uomo, emerge specialmente nel versetto 45b”.2


Nello stesso senso si pronuncia Sant’Agostino, con il volo proprio della sua intelligenza privilegiata, quando commenta, con parole infiammate di ardore, questo stesso passo: “Non disse: ‘Se non lo guida’, ma ‘se non lo attira’. Questa violenza è fatta al cuore, non alla carne. Di cosa ti stupisci? Credi e vieni; ama e sei attratto. Non pensare che si tratti di una violenza scontrosa e dispregiativa, è dolce, soave; ciò che attrae è la stessa soavità. Quando la pecora ha fame, non la attiriamo mostrandole erba? Lei non è spinta, ma soggiogata dal desiderio. Vieni tu a Cristo in questo modo”.3


E perché chi attrae l’anima è il Padre e chi resuscita il corpo nell’ultimo giorno è il Figlio? San Giovanni Crisostomo chiarisce la questione: “Il Padre attrae, ma Lui [Gesù] resuscita. Non perché separa le sue opere dal Padre – come potrebbe essere! – ma perché dimostra che il potere di entrambi è uguale”.4


La voce del Padre ci attrae e conduce a Cristo


45 “Sta scritto nei profeti: ‘E tutti saranno istruiti da Dio’. Chiunque ha ascoltato il Padre e ha imparato da Lui, viene a Me”.



Cappella del Santissimo Sacramento

Visto che non credevano alle sue opere, Nostro Signore invoca l’autorità dei profeti, per insinuare che si stava realizzando una delle previsioni che indicavano l’arrivo dell’era messianica.


Fillion commenta questo passo: “Il testo citato da Gesù, ‘saranno tutti ammaestrati da Dio’, è tratto dal profeta Isaia (54, 13) che, in un quadro meraviglioso, espone i benefici che il Signore spargerà sul suo popolo nell’epoca del Messia. Uno dei suoi favori più preziosi consisterà proprio nel fatto che le anime di buona volontà saranno istruite e attratte direttamente da Lui”.5


Gomá y Tomás afferma che è questo “divino magistero la forma con cui Dio attrarrà gli uomini a Sé” ma affinché l’attrazione sia efficace, è necessario ascoltare la sua voce “come si ascolta la voce del maestro e apprendere, ossia, prestare un umile assenso a quello che si ascolta: è la coniugazione dei due fattori della vita soprannaturale, la grazia e la libertà”.6


Come si farà ascoltare questa voce ineffabile, se non possiamo ascoltarLo e parlare con Lui, come lo faceva Mosè nel Sinai e nella Tenda dell’Incontro, dove Dio gli parlava come a un amico (cfr. Es 33, 11)?


Sant’Agostino spiega più chiaramente come si realizza questo insegnamento di Dio: “È molto distante dai sensi corporali questa disciplina o scuola in cui il Padre è ascoltato e insegna, perché si vada al Figlio. Inoltre, lì c’è lo stesso Figlio, poiché è il suo Verbo, attraverso il quale, in questo modo insegna; Lui non la realizza attraverso l’ascolto della carne, ma attraverso quello dello spirito”.7


Infatti – spiega la teologia mistica –, come il corpo possiede cinque sensi attraverso i quali la persona entra in contatto col mondo esterno, si può attribuire all’anima, figurativamente, dei sensi grazie ai quali essa comunica col mondo soprannaturale.


È possibile, pertanto, udire la voce di Dio? Sì. Lui può parlarci in diverse forme. Soprattutto, quando ci raccogliamo per pregare, per ascoltare la Parola, per elevare l’anima fino a Lui. Dio ci parla con più frequenza quando facciamo silenzio intorno a noi; difficilmente Lui comunica con noi in mezzo al tumulto, dell’agitazione del fuggi-fuggi. Sarà, per esempio, durante una visita al Santissimo Sacramento, durante una celebrazione liturgica, in un momento di preghiera alla fine della giornata, quando ogni movimento cessa e il silenzio della notte invita alla riflessione. E come, a volte, il silenzio è eloquente! È in questi momenti preziosi che il Padre ci parla e ci insegna ad andare incontro a suo Figlio.


Il Santo Padre Benedetto XVI, in un discorso ad una delegazione di Vescovi appena nominati, ha messo in risalto l’importanza del silenzio per poter udire la voce di Dio: “Nelle città in cui vivete e operate, spesso convulse e rumorose, dove l’uomo corre e si smarrisce, dove si vive come se Dio non esistesse, sappiate creare luoghi ed occasioni di preghiera, dove nel silenzio, nell’ascolto di Dio mediante la lectio divina, nella preghiera personale e comunitaria, l’uomo possa incontrare Dio e fare l’esperienza viva di Gesù Cristo che rivela l’autentico volto del Padre”.8


46 “Non perché qualcuno abbia visto il Padre; solo Colui che viene da Dio ha visto il Padre”.


I Giudei sapevano che nessuno poteva vedere Dio faccia a faccia, proprio come Lui stesso aveva detto a Mosè, quando questi Gli aveva chiesto: “Mostrami la tua gloria” (Es 33, 18). Infatti vedere Dio implicherebbe la morte: “Ma tu non potrai vedere il mio volto, perché nessun uomo può vederMi e restare vivo” (Es 33, 20). Ma Gesù, affermando che aveva visto il Padre, rivelava la sua divinità. Con questa dichiarazione, afferma Gomá y Tomás, “Gesù rispose al mormorio dei giudei”.9


Fonte di vita per l’anima e per il corpo


47 “In verità, in verità Io vi dico: chi crede ha la vita eterna”.


L’espressione “in verità, in verità Io vi dico” era considerata una specie di giuramento tra i Giudei. Qualcosa di analogo alla formula “parola d’onore”, usata nella lingua italiana per conferire più veridicità a una testimonianza o a una di chiarazione. Quando il Divino Maestro voleva cancellare con la sua autorità una determinata affermazione, la faceva precedere da questa espressione. Maldonado trascrive le parole di Cirillo di Alessandria per interpretare questo passo: “Cristo sapeva che i Giudei erano uomini rudi e non credevano pienamente nemmeno nei profeti; per questo intercala questo giuramento, per forzarli a credere”.10


Continuando il suo lucido commento, Maldonado analizza il tempo in cui il verbo – avere – è qui usato dal Signore: “Dice ha, invece di avrà, perché quantunque non la abbia in quel momento presente, ne ha già diritto. Porta e cammino per la vita eterna è la fede, dice Cirillo. Pertanto, chi crede già ha varcato la porta; se vuole, può salvarsi; chi non crede, è molto lontano dalla vita eterna; sebbene voglia salvarsi, non potrà se prima non verrà la fede”.11


48 “Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal Cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal Cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che Io darò è la mia Carne per la vita del mondo”.



Nostro Signore con i discepoli di Emmaus

L’interpretazione di questo passo ha originato una grande controversia nel corso dei secoli. Quelli che hanno mangiato la manna nel deserto sono morti, come tutti gli uomini, ma anche muoiono, fisicamente, coloro che mangiano il “pane vivo”. Qual è il senso in cui Gesù usa i concetti di morte e vita?


Maldonado, dopo aver analizzato accuratamente le varie opinioni, opta per un’interpretazione più completa. Secondo questo eminente esegeta, Gesù usa i suddetti concetti con doppio significato: “si tratta, allo stesso tempo, della vita e della morte del corpo e dell’anima”.12 Della morte del corpo, quando si riferisce alla manna, poiché i Giudei la mangiarono e tutti sono morti, come la maggior parte degli uomini; e la vita dell’anima, quando menziona il “pane vivo, disceso dal Cielo”, che dà la vita eterna all’anima. In questa duplicità di senso è la “forza e l’eleganza della frase di Cristo”.13 L’uso di queste figure retoriche, per Gesù, era frequente e aveva l’intenzione di “elevare i Giudei, che erano carnali, dalle cose materiali a quelle spirituali”.14


Il pane di cui parla Nostro Signore, non dà vita solo all’anima. La dà anche al corpo: “Io lo risusciterò nell’ultimo giorno”.


“Quando [il Corpo di Cristo] dà la vita all’anima, cioè, la grazia, concede al corpo un pegno che è quasi un inizio della beatitudine, che chiamiamo vita eterna. La beatitudine dell’anima trasmigra nel corpo, come i meriti dell’anima si sono ripercossi nel corpo […]. Il Corpo di Cristo, che per l’unione ipostatica con la divinità ha in sé una vita infinita e divina, la genera anche in noi col suo contatto fisico quando Lo riceviamo realmente nel Sacramento dell’Eucaristia. Pone nei nostri corpi una semente di immortalità che dopo fiorisce nella resurrezione, molto differente da quella dei corpi dei condannati”.15


E Maldonado ripete Sant’Ireneo: “come il grano di frumento ha una forza germinativa per la quale, lanciato a terra, si decompone e si riproduce, così anche il Corpo di Cristo ha un’efficacia generatrice che è comunicata ai nostri corpi, i quali anche decomposti e ridotti in polvere, risorgeranno, nascendo di nuovo”.16


È in questo modo – conclude Maldonado – che “il Corpo di Cristo sacramentato, che riceviamo, rende immortale il nostro corpo mortale”.17


Alimento che comunica la virtù vivificante


Ricorriamo ancora alla scienza teologica e al talento di Don Gueránger per rendere meglio espliciti gli effetti meravigliosi e soprannaturali dell’Eucaristia, in coloro che la ricevono in condizioni degne. Come è proprio dell’alimento aumentare e mantenere la vita, egli spiega, il Verbo di Dio “Si è fatto alimento vivo e vivificante, disceso dal Cielo. Partecipando Lui stesso alla vita eterna, che assorbe essenzialmente nel seno del Padre, la Carne del Verbo comunica questa vita a chi di lei si alimenta. Quello che è corruttibile per sua natura, dice San Cirillo di Alessandria, non può esser vivificato se non con l’unione corporale al Corpo di Colui che è vita per natura. Allo stesso modo che due pezzi di cera fusi dal fuoco diventano uno solo, così avviene con noi e con il Corpo di Cristo, a causa della partecipazione nel suo Corpo e Sangue preziosi. […] Come un poco di lievito, dice l’Apostolo, fermenta tutta la pasta (cfr. I Cor 5, 6), così questo Corpo, penetrando nel nostro, lo trasforma tutto intero in sé. Nulla può penetrare così la nostra sostanza corporale se non attraverso il cibo e la bevanda. È questo il modo, secondo sua natura, attraverso cui il nostro corpo acquista la virtù vivificante”.18


III – La Donna eucaristica


Sebbene il Vangelo non menzioni Maria, Madre di Gesù, sappiamo dalla teologia e dal Magistero della Chiesa che Lei fu la prima creatura umana a beneficiare di questa promessa del Signore Gesù: “Io lo risusciterò”. Infatti Maria Santissima fu assunta in Cielo in corpo e anima.


Maria ha desiderato ardentemente l’Eucaristia


In relazione all’Eucaristia, Lei non solo non ha mai dubitato – come lo fecero in molti del suo tempo –, ma desiderò ardentemente che giungesse il giorno nel quale il Signore avrebbe compiuto la promessa di dare la sua Carne in alimento e il suo Sangue come bevanda. Di conseguenza, possiamo congetturare quanto Lei debba aver esultato di gioia nell’udire il discorso di Gesù nella sinagoga di Cafarnao e ricordato l’ineffabile incontro mistico che aveva avuto con il Verbo Incarnato, durante i nove mesi in cui Lui si trovò nel grembo materno.


D’altro canto, afferma Jourdain: “Si può dire, senza timore di sbagliarsi, che fu principalmente per la sua Santissima e Beatissima Madre che Nostro Signore Gesù Cristo istituì il Sacramento dell’Eucaristia. Senza dubbio, Lui lo istituì per tutta la Chiesa ma, dopo Gesù, Maria è la parte principale della Chiesa”.19 Come Lei ha dato il suo consenso affinché suo Figlio Si offrisse come vittima al Padre, per la redenzione del genere umano, allo stesso modo “diede il suo assenso all’atto per il quale il suo Divino Figlio, disponendo Se stesso secondo la volontà del Padre, Si consegnò a noi come vittima, come alimento e come compagno di esilio in questa vita”,20 nel Sacramento dell’Eucaristia.


La Chiesa è chiamata a imitarLa


“Maria è Donna ‘eucaristica’ con l’intera sua vita” – afferma Giovanni Paolo II nell’Enciclica Ecclesia de Eucharistia. Per questo, “la Chiesa, guardando Maria come a suo modello, è chiamata ad imitarLa anche nel suo rapporto con questo mistero santissimo”.21


Aggiunge poco più avanti il Pontefice: “In certo senso, Maria ha esercitato la sua fede eucaristica prima ancora che l’Eucaristia fosse istituita, per il fatto stesso di aver offerto il suo grembo verginale per l’incarnazione del Verbo di Dio. […] E lo sguardo rapito di Maria nel contemplare il volto di Cristo appena nato e nello stringerLo tra le sue braccia, non è forse l’inarrivabile modello di amore a cui deve ispirarsi ogni nostra comunione eucaristica?”.22


Spiega ancora che Maria visse la “dimensione sacrificale dell’Eucaristia”, non solo nel Calvario, ma lungo tutta la sua esistenza a fianco di Cristo. “PreparandoSi giorno per giorno al Calvario, Maria vive una sorta di ‘Eucaristia anticipata’, si direbbe una ‘comunione spirituale’ di desiderio e di offerta, che avrà il suo compimento nell’unione col Figlio nella Passione, e si esprimerà poi, nel periodo post-pasquale, nella sua partecipazione alla Celebrazione Eucaristica, presieduta dagli Apostoli, quale ‘memoriale’ della Passione”.23


Per questo, vivere il memoriale della Morte di Cristo nell’Eucaristia implica ricevere costantemente Maria come Madre. “Significa assumere al tempo stesso l’impegno di conformarci a Cristo, mettendoci alla scuola della Madre e lasciandoci accompagnare da Lei. Maria è presente, con la Chiesa e come Madre della Chiesa, in ciascuna delle nostre Celebrazioni Eucaristiche. Se Chiesa ed Eucaristia sono un binomio inscindibile, altrettanto occorre dire del binomio Maria ed Eucaristia”.24


Che queste belle e profonde considerazioni eucaristiche e mariane ci aiutino meglio a compenetrare la sublimità di questo immenso dono di Dio all’umanità e del ruolo di Maria nella devozione eucaristica dei fedeli, siano essi laici o sacerdoti.


Madonna del Santissimo Sacramento


1) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Super Ioannem. C.VI, lect.5.


2) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios.

Madrid: BAC, 1964, v.V, p.1107.


3) SANT’AGOSTINO. Sermo CXXXI, n.2. In: Obras.

Madrid: BAC, 1983, v.XXIII, p.157.


4) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía XLVI, n.1.

In: Homilías sobre el Evangelio de San Juan (30-60).

Madrid: Ciudad Nueva, 2001, v.II, p.175.


5) FILLION, Louis-Claude. Vida de Nuestro Señor Jesucristo.

Vida pública. Madrid: Rialp, 2000, v.II, p.245.


6) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado.

Años primero y segundo de la vida pública de Jesús.

Barcelona: Rafael Casulleras, 1930, v.II, p.384.


7) SANT’AGOSTINO. De prædestinatione sanctorum. C.VIII, n.13.

In: Obras. 2.ed. Madrid: BAC, 1956, v.VI, p.507.


8) BENEDETTO XVI. Discorso ai partecipanti della riunione dei

Vescovi nominati nell’ultimo anno, di 22/9/2007.


9) GOMÁ Y TOMÁS, op. cit, p.385.


10) MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios.

Evangelio de San Juan. Madrid: BAC, 1954, v.III, p.398.


11) Idem, ibidem.


12) Idem, p.405.


13) Idem, ibidem.


14) Idem, p.406.


15) Idem, p.407.


16) Idem, p.408.



17) Idem, ibidem.


18) GUÉRANGER, OSB, Prosper. L’Année liturgique.

Le Temps après la Pentecôte - I. 17.ed.

Tours: Alfred Mame et fils, 1921, p.307-308.


19) JOURDAIN, Zéphyr-Clément. Somme des grandeurs de Marie.

2.ed. Paris: Hippolyte Walzer, 1900, t.IV, p.561.


20) Idem, p.562.


21) GIOVANNI PAOLO II. Ecclesia de Eucharistia, n.53.


22) Idem, n.55.


23) Idem, n.56.


24) Idem, n.57.


Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” da Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.