• Madonna di Fatima

XXIV Domenica del tempo ordinario – Anno B


” “Se qualcuno vuole seguirMi…”

Vangelo


In quel tempo, 27 Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che Io sia?” 28 Ed essi Gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”. 29 Ed Egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che Io sia?” Pietro Gli rispose: “Tu sei il Cristo”. 30 E ordinò loro severamente di non parlare di Lui ad alcuno. 31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’Uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere. 32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro Lo prese in disparte e si mise a rimproverarLo. 33 Ma Egli, voltatoSi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a Me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”. 34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e Mi segua. 35 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà” (Mc 8, 27-35).


Salvare o perdere la vita?


Preparando gli Apostoli a quello che doveva succedere, Gesù rivela loro, allo stesso tempo, la sua divinità e la sua imminente Passione. Le reazioni di Pietro gli valgono la lode e il rimprovero da parte del Signore e l’episodio termina con Gesù che ci invita a seguirLo: “prenda la sua croce”.


I – La via eletta da Dio per la Redenzione


L’orgoglio della nostra natura decaduta porta l’uomo, non poche volte, ad immaginarsi Dio o a cercare di eguagliarsi a Lui.


Forse per questa ragione, ma, soprattutto, per i limiti della nostra condizione di esseri contingenti, se dovessimo immaginare un Salvatore, questi sarebbe senz’altro un essere glorioso, che trascorrerebbe la sua missione di vittoria in vittoria, coronata da uno splendido trionfo finale. Così Lo concepirono i figli di Zebedéo e la loro madre: “Egli le disse: ‘Che cosa vuoi?’. Gli rispose: ‘Di’ che questi miei due figli siedano uno alla tua destra e uno alla tua sinistra nel tuo Regno’” (Mt 20, 21); “Concedici di sedere, nella tua gloria, uno alla tua destra e uno alla tua sinistra” (Mc 10, 37).


Questa mentalità ha accompagnato il popolo eletto – compresi gli Apostoli – fino alla discesa dello Spirito Santo, come dichiara San Luca negli Atti degli Apostoli: “Quelli dunque che erano con Lui Gli domandavano: ‘Signore, è questo il tempo nel quale ricostituirai il regno per Israele?’” (1, 6). Gesù aveva già dichiarato che sarebbe ritornato al Padre e che il suo Regno non era di questo mondo, ecc. Intanto niente di tutto ciò era bastato, le brame di dominio non li abbandonavano un solo istante. Erano queste le idee fisse che resero oscura la fede del popolo eletto, rendendo loro difficile aderire ai dogmi dell’Incarnazione, Passione e Morte dell’Agnello di Dio.


Crocifissione

In effetti, il grande mistero di un Uomo-Dio sofferente e moribondo, inchiodato ad una Croce tra due ladroni, abbandonato dal suo popolo, disprezzato da tutti e, in modo speciale, dalle alte autorità, è ammissibile solo con una robusta fede. Nondimeno, questa è stata la via eletta da Dio per la Redenzione. La gloria non è stata assente nella Passione del Signore. Anzi al contrario, è impossibile immaginarla più grande o con la possibilità di essere, anche solo per poco, accresciuta. Tuttavia, questa non può essere vista attraverso un prisma meramente temporale. E’ comprensibile soltanto attraverso la prospettiva dell’eternità. Del resto, se è vero che nasciamo nei calendari di questo mondo, il nostro destino post mortem non ha limiti nel tempo ed è in funzione di ciò che dobbiamo regolare la nostra esistenza.


Ecco il quadro di fondo in cui si svolge la Liturgia della 24ª Domenica del Tempo Ordinario.


La sintesi del presente Vangelo si concentra in due estremi armonici. Da un lato, gli Apostoli ricevono la rivelazione della divinità di Cristo e dall’altro, quella della Passione del Signore. Connessi a questo quadro di enorme paradosso, ci sono la reazione di Pietro e, per finire, la dichiarazione di Gesù sulla condizione per seguirLo: “prenda la sua croce”.


II – “Tu sei il Cristo”


I fatti succedono sulla strada per Cesarea di Filippo. Questa città anticamente si chiamava Paneion poiché, per un lungo periodo, i suoi abitanti avevano prestato culto al dio Pan, in una grotta naturale ivi esistente. Filippo, figlio di Erode – il Grande –, impiegò tutti i suoi sforzi per ricostruirla, ampliandola e abbellendola e, per entrare nelle buone grazie dell’imperatore Tiberio Cesare, le aveva cambiato il nome in Cesarea di Filippo.


Secondo l’opinione di Sant’Agostino,1 che mette a confronto questa narrazione di Marco con quella di Luca, Gesù, dopo essersi appartato a pregare in raccoglimento, cominciò ad interrogare gli Apostoli (cfr. Lc 9, 18). Traspare in quest’episodio l’impegno del Divino Maestro a preparare le fondamenta della sua Chiesa. Già aveva ampiamente sviluppato la sua azione presso il pubblico; si rendeva necessario, in quel momento, lasciare fissati gli elementi utili a dare continuità alla sua opera salvifica.


Per il mondo Gesù era un grande eroe


In quel tempo, 27 Gesù partì con i suoi discepoli verso i villaggi intorno a Cesarea di Filippo, e per la strada interrogava i suoi discepoli dicendo: “La gente, chi dice che Io sia?” 28 Ed essi Gli risposero: “Giovanni il Battista; altri dicono Elia e altri uno dei profeti”.



Sacerdote indossa un efod

In questo dialogo possiamo constatare, ancora una volta, la grande incoerenza dello spirito umano. Con estrema facilità, in quel periodo storico, gli uomini arrivavano a prestare culto all’imperatore romano come se fosse dio. Così, in questa stessa città che era stata data in regalo al padre di Filippo, fu costruito, a lato del “santuario” dedicato al dio Pan, un fastoso tempio di marmo in modo che si potesse prestar culto all’imperatore. Qualcuno potrebbe obiettare che questo piano non era nato – e tanto meno la sua realizzazione – in seno al giudaismo, ma quanti furono gli dei creati dal popolo eletto, nel suo passato? Lo stesso efod prodotto e utilizzato da Gedeone diventò oggetto di culto di latria e, proprio per questo, causa di castighi (cfr. Gdc 8, 24-27). In altre parole, con la maggior facilità, gli Ebrei cadevano nel mimetismo idolatrico con i popoli pagani. In contropartita, quando si è trattato del Dio vero fatto Uomo, che praticava una sfilza d’innumerevoli miracoli che comprovavano la sua onnipotenza, non si diffuse un’opinione unanime a dire che era apparso il Messia atteso dai patriarchi e dai profeti, preannunciato dalle Scritture. Pochissimi, infatti, Lo riconobbero, ma la maggioranza preferiva ammettere ogni specie di chimere ed esagerazioni, invece di aderire ad un Messia la cui immagine non era d’accordo con i principi sbagliati e capricciosi di ognuno.


La domanda di Gesù è rivolta loro nell’ultimo anno della sua vita pubblica. La dimostrazione, con i fatti concreti, di chi Egli fosse, già era stata sufficientemente conclusiva. Gli stessi demoni Lo avevano proclamato il “Santo di Dio” (Mc 1, 24), il “Figlio di Dio” (Mc 3, 11), il “Figlio del Dio Altissimo” (Lc 8, 28). Il Battista aveva dichiarato di non essere degno di sciogliere i legacci dei suoi sandali, e questo a causa della sua inferiorità (cfr. Mc 1, 7). Ma le labbra del popolo non pronunciarono il titolo di Messia.


Questo è il risultato della triste inclinazione dello spirito umano verso l’errore, quando perde l’innocenza. Senza resistenze segue il cammino opposto a quello delle verità relative alla salvezza. Non è facile per l’opinione pubblica riconoscere come autentici e degni di credito i valori reali, soprattutto quando questi contraddicono tendenze razionalizzate opposte alla morale.


Ciò nonostante, si nota, dalle supposizioni enunciate dagli Apostoli, che si attribuiva a Gesù la categoria dei grandi eroi della storia giudaica, giungendo a considerarLo un precursore del Messia.


La risposta di Pietro


29 Ed Egli domandava loro: “Ma voi, chi dite che Io sia?” Pietro Gli rispose: “Tu sei il Cristo”.


Ma perché Gesù fa loro questa domanda?


Non certamente per mera curiosità, perché, in quanto Verbo Eterno, Egli tutto sapeva ab initio. Rendere esplicito, agli occhi degli Apostoli, il ridicolo delle opinioni generali a suo riguardo, aveva un enorme vantaggio, come sottolinea San Giovanni Crisostomo,2 poiché li obbligava a staccarsi dal mondo e a intraprendere il volo fino alle più alte cime del pensiero: fino alla visione soprannaturale. Tanto più che restavano pochi mesi a Gesù per formarli, prima di salire al Padre, ed era di fondamentale importanza rendere loro esplicita l’esatta nozione dell’identità di Colui che li aveva trasformati in pescatori di uomini. Per questo chiese agli Apostoli: “Ma voi, chi dite che Io sia?”.


Pietro rispose a titolo personale, non di tutti, come affermano certi autori. Questo dettaglio diventerà evidente negli altri Vangeli. Marco omette alcuni dettagli importanti, come l’elogio fatto da Gesù alla dichiarazione di Pietro, prima di costituirlo come pietra fondamentale della sua Chiesa (cfr. Mt 16, 17-19).


Chi commenta con precisione questo passaggio è il Cardinal Gomá y Tomás: “Pietro si affretta a rispondere prima degli altri, forse perché aveva notato la titubanza nella loro opinione riguardo a Gesù. La grazia di Dio illumina il suo intendimento, e il suo modo di essere impetuoso, aiutato da questa stessa grazia, lo fa essere il primo a confessare la fede. In un’altra occasione era stato sempre lui l’unico a prendere la parola per parlare di Gesù: ‘Gli rispose Simon Pietro…’ (cfr. Gv 6, 67-69).


“La definizione che Pietro dà di Gesù è piena, precisa, energica: Tu sei il Cristo, il Messia in persona, promesso ai Giudei e ardentemente atteso da loro. E ancora: Tu sei il Figlio di Dio, e non, come erano designati i santi, nel senso di una relazione morale di santità o per una filiazione adottiva, ma il Figlio unico di Dio secondo la natura divina, la Seconda Persona della Santissima Trinità. Se l’Apostolo non avesse inteso così, non sarebbe stata necessaria una speciale rivelazione di Dio. Quello che con imprecisione avevano insinuato gli Apostoli in altre occasioni (cfr. Mt 14, 33; Gv 1, 49) è affermato da Pietro in forma chiara e categorica. Il Padre di Gesù è Dio vivo: vivo perché è vita essenziale che sostanzialmente genera fin dall’eternità un Figlio vivo. Vivo in opposizione alle divinità morte del paganesimo”.3


Gesù proibisce di divulgare che Egli era il Messia


30 E ordinò loro severamente di non parlare di Lui ad alcuno.


Pentecoste

In seguito a questa bellissima proclamazione di fede realizzata da Pietro, i primi tre Vangeli registrano una formale e categorica proibizione di Gesù agli Apostoli, di non raccontare nulla a nessuno. Quest’ordine di mantenere il silenzio non era il primo. Con una certa frequenza, era stato imposto anche a certi malati o impossessati da Lui guariti.


Da un lato, fino a quel momento, non era arrivato il momento di divulgare rivelazioni che il pubblico non era ancora sufficientemente in grado di comprendere. Gli errori a proposito della figura del Messia erano sostanziali e per di più di ordine naturale. Per molto meno, il popolo avrebbe voluto già proclamarLo re (cfr. Gv 6, 15), con tutte le gravi e inconvenienti conseguenze politiche che ne sarebbero derivate. Chi lo sa, in questo caso, se Egli non sarebbe stato catturato e ucciso dagli stessi romani. Oltretutto, sarebbe potuto anche succedere che i farisei e il Sinedrio approfittassero di questa circostanza per anticipare l’esecuzione del loro piano deicida.


Gli stessi Apostoli erano stati preparati a predicare con la massima efficacia su Cristo, Dio e Uomo vero, soltanto dopo la discesa dello Spirito Santo su di loro. Prima di questo, gli stessi equivoci sul messianismo in cui era caduto tutto il popolo eletto erano condivisi da loro e, proprio per questo, molto probabilmente, nel loro apostolato avrebbero presentato in maniera imperfetta la figura di Gesù. Considerato il fatto che il mistero dell’Incarnazione, per la sua stessa sostanza, era così insormontabile ed elevato, soltanto lo stesso Verbo di Dio avrebbe potuto predicarlo con la dovuta dignità. In base a decreti eterni, la divinità di Gesù doveva avere come sigillo il preziosissimo Sangue del Figlio di Dio.


D’altro lato, se questa rivelazione fosse stata pubblica, la fede del popolo, probabilmente fragile, non avrebbe resistito alla fortissima prova della Passione, come invece si verificò con gli Apostoli. Predicare sulla divinità di un Uomo che in breve sarebbe stato crocifisso tra due ladroni, non sembrava un compito facile.


III – Gesù prepara gli Apostoli alla Passione


31 E cominciò a insegnare loro che il Figlio dell’Uomo doveva soffrire molto, ed essere rifiutato dagli anziani, dai capi dei sacerdoti e dagli scribi, venire ucciso e, dopo tre giorni, risorgere.


I dodici Apostoli

Volendo essere obiettivi, non era la prima volta che Gesù trattava della sua futura Passione. In maniera implicita, già anteriormente Si era riferito ad essa (cfr. Mt 9, 15; 12, 40; Gv 2, 19-21; 3, 14), ma non con la stessa chiarezza di adesso. Soprattutto perché tutti erano sotto la forte impressione della figura di un Messia trionfale e politico, era indispensabile far uso di una completa franchezza. Ora, il momento non poteva essere più propizio per questo, poiché il cuore di ognuno di loro era pervaso dalla consapevolezza della divinità del Maestro. Senza dubbio, questa rivelazione deve essere stata sorprendente, per il fatto stesso che rappresentava un’eccellente occasione per introdurli alla prospettiva della sua Morte. La divinità del Signore sarebbe rimasta come un forte ricordo nel profondo del loro animo, nonostante fosse, in apparenza, più che invisibile, distrutta. Soprattutto, il fatto di essere stata prevista con tanti dettagli, come risulta nel presente versetto, costituiva un aiuto alla virtù della fede e allontanava qualsiasi residuo di scandalo. Si comprende perciò quanto San Paolo insegna, che senza la Resurrezione, la nostra fede sarebbe vana (cfr. I Cor 15, 14).


I primi a meditare sulla Passione


Gli Apostoli sono stati molto privilegiati anche sotto questo aspetto. Solamente loro e la Santissima Vergine hanno potuto meditare sulle ignominie e i tormenti attraverso i quali sarebbe passato il Salvatore, prima ancora che questi si fossero verificati. Essi furono i primi ad essere invitati a trarre beneficio della grandezza della misericordia divina, di un Dio che S’incarna e muore, per amore di ognuno di noi. Quanta consolazione, grazia e forza erano a loro disposizione, sin da questa rivelazione!


Alleanza tra giustizia e misericordia


Gesù afferma la necessità della sua Morte, che sarebbe stata ingiustamente imposta dal Sinedrio. Per disegni inimmaginabili, il Padre aveva determinato, fin dall’eternità, l’alleanza fra la più severa giustizia e la più affettuosa misericordia. Per salvarci, non ha esitato a darci il suo stesso Figlio e, nel contempo, nel considerare i diritti della sua giustizia, ha preteso da questo Figlio molto amato la peggiore delle morti.


Nostro Signore soffre in quanto Figlio dell’Uomo e, per essere Figlio di Dio, ci salva con il dono dei suoi tormenti. La sua umanità è ipostaticamente unita alla natura divina, per questo la sua Passione ha un merito infinito. In funzione di queste due nature unite in una Persona Divina, Gesù ripara la disobbedienza dei nostri progenitori, come i peccati di tutta l’umanità. Egli è il capo e il primogenito degli uomini e, così, finisce per costituire una nuova generazione di riscattati e rigenerati, con la forza del suo preziosissimo Sangue. Questo è il senso più sottile della proposta che Gesù fa agli Apostoli, nel rivelare loro la sua Morte, come dirà più tardi, San Paolo: “Il primo uomo, tratto dalla terra, è fatto di terra; il secondo uomo viene dal Cielo” (I Cor 15, 47). Dovevano assolutamente rinunciare al vecchio Adamo, originato dalla polvere del suolo, per consegnarsi al Nuovo Adamo, disceso dai Cieli.


L’amore non si accontenta di poco. Ora, l’amore di Nostro Signore è infinito, per questo, desidera consegnarsi pienamente ai dolori, al rifiuto da parte delle più alte autorità ecclesiastiche, alla morte e al seppellimento. Che maggiori prove di amore, a Dio e all’umanità decaduta, si sarebbero potute dare?


Per finire, ecco una rivelazione che annulla qualsiasi possibilità di scandalo proveniente dalla Crocifissione: “dopo tre giorni, risorgere”. È il pegno della nostra risurrezione. La morte, limite massimo del potere del mondo, è il suo termine implacabile, ma il potere di Gesù è eterno e, dopo aver sofferto ed essere morti per Lui, risusciteremo per regnare eternamente con Lui.


Pietro riprende Gesù…


32 Faceva questo discorso apertamente. Pietro Lo prese in disparte e si mise a rimproverarLo.


C’è un ventaglio d’interpretazioni a proposito di quest’episodio, da quelle di autori calvinisti con cattive intenzioni, come riferisce Maldonado,4 fino a quelle di Santi e dottori. Per intenderlo bene, dobbiamo mettere in conto la mancanza di conoscenza degli Apostoli riguardo la Passione di Nostro Signore. Di fatto, subito dopo aver proclamato la filiazione divina del Maestro, non era per niente facile per Pietro dover ammettere la necessità della sua condanna e Morte, per quanto si parlasse di Resurrezione. In questa scena, sebbene non sia stato Pietro a parlare, ma Simone, il figlio di Giona, non si può negare che lo abbia fatto con enorme manifestazione di benevolenza. I buoni autori mettono in risalto il carattere affettuoso del gesto di Pietro. San Girolamo,5 per esempio, cita questa circostanza e dimostra che Pietro può aver sbagliato nel senso, ma non nell’affetto. È su questa stessa linea che Beda spiega: “Disse questo, indotto dal suo affetto e buoni desideri, come se volesse dire: Questo non può succedere! Le mie orecchie si rifiutano di sentire che il Figlio di Dio dovrà essere ucciso”.6


Gesù ammonisce Pietro


33 Ma Egli, voltatoSi e guardando i suoi discepoli, rimproverò Pietro e disse: “Va’ dietro a Me, satana! Perché tu non pensi secondo Dio, ma secondo gli uomini”.


La particolare drammaticità impiegata dal Divino Maestro, in questa reprimenda, è didattica, poiché così, ha conformato meglio la mentalità degli Apostoli ad un messianismo redentore attraverso il dolore. Questa è l’opinione di San Giovanni Crisostomo: “Che cos’è questo? Colui che era stato favorito da una rivelazione, che era stato proclamato beato, cade così rapidamente e si stupisce della Passione? Perché vediate come, nella confessione del Signore, Pietro non ha parlato per se stesso, e in ciò che non gli era stato rivelato egli si turba e gli vengono le vertigini: per quanto senta mille volte la stessa cosa, non sa di che cosa si tratti. Che Gesù fosse Figlio di Dio egli lo sapeva; ma ancora non gli era stato rivelato il mistero della Croce e della Resurrezione. […] Il Signore, allora, per fargli capire quanto era lungi dall’andare alla Passione controvoglia, non solo rimproverò Pietro, ma anche lo chiamò satana”.7


E perché Gesù dà a Pietro del satana? Così risponde padre Manuel de Tuya: “Naturalmente, non è che Pietro lo fosse, e nemmeno che satana lo influenzasse (cfr. Gv 13, 2), ma che la sua affermazione era degna della missione di satana, che consisteva nel disfare l’autentica opera messianica, cosa che già aveva preteso di fare nelle ‘tentazioni’ del deserto. Per questo, il suggerimento di Pietro a Gesù, che sorge, traboccante d’affetto, è per Lui ‘scandalo’: intoppo, ostacolo, poiché, seguendolo, sarebbe stata boicottata l’opera messianica del Padre, il messianismo spirituale della morte in Croce. Pietro, con questo, non guardava ‘le cose di Dio, ma quelle umane’”.8


IV – Le condizioni per seguire Cristo


34 Convocata la folla insieme ai suoi discepoli, disse loro: “Se qualcuno vuol venire dietro a Me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce e Mi segua. 35 Perché chi vuole salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del Vangelo, la salverà”.


Gesù Nazareno di Viñeros

Quest’affermazione tanto categorica esige da parte nostra una speciale analisi e apprezzamento, perché è, oltretutto, ripetuta negli altri Vangeli (cfr. Mt 10, 38-39; Lc 17, 33; Gv 12, 25). Qui si trovano le condizioni per essere veri discepoli di Cristo.


“Se qualcuno vuol venire dietro a Me”: dipende dalla nostra libera volontà. Aspettare una grazia che realizzi in noi la pienezza della nostra salvezza, senza il minimo concorso della nostra volontà, è confondere Redenzione con creazione, o la vita eterna con quella naturale. Questo invito, evidentemente, deve ricevere una risposta affermativa da parte nostra. E’ anche indispensabile che sia fervorosa, pertinace e continua. In altri termini, non possiamo dimenticarci un solo secondo di questa determinazione.


“Rinneghi se stesso”: l’origine di tutti i peccati si trova nell’amore disordinato verso noi stessi, a scapito della vera carità. Il miglior rimedio per questa terribile infermità è questa rinuncia a noi stessi, per incontrarci in Dio. Il suo primo grado consiste nell’orrore verso il peccato mortale, preferendo morire che permettere quest’avversione a Dio. Il secondo riguarda il peccato veniale cosciente e deliberato. Il terzo riguarda le imperfezioni e l’amor proprio, tanto abile ad immischiarsi persino nella pratica delle virtù. Procedendo verso quest’ultimo grado, la nostra libertà interiore diventa maggiore, come anche il godimento della pace e delle consolazioni. Chi vive all’opposto di questi tre gradi o non ha capito la grandezza di quest’invito o coscientemente lo ha rifiutato.


“Prenda la sua croce”: ci sono croci e croci! Quelle straordinarie si presentano davanti a noi in epoche di persecuzione religiosa. Sono i supplizi e la morte stessa. Dobbiamo affrontarli proprio come hanno fatto Gesù e tutti i martiri, non rinnegando mai la nostra Fede.


Ce ne sono altre che sono comuni a tutti i tempi. Buona parte di esse non sono cercate da noi, ma sono indesiderate, come le malattie, le debolezze della vecchiaia, i rigori del clima, ecc. Altre ancora, provengono dal caso: le perdite finanziarie, le disgrazie, i contrattempi, la povertà, l’incomprensione e l’odio gratuito da parte degli altri, persecuzioni, ingiustizie. Alle volte, sono gli effetti del nostro carattere, temperamento, inclinazioni individuali, ecc. Quanto sono numerose le croci che capitano nel corso della nostra vita!… Non le possiamo evitare; al contrario, abbiamo l’obbligo di caricarle sulle nostre spalle. L’esperienza ci mostra come esse diventino più pesanti, quando le portiamo tra piagnistei e lamentele o, peggio ancora, se ci rivoltiamo contro di loro. Oltre tutto, in questi casi diminuiamo o addirittura perdiamo, i corrispondenti meriti.


Per finire, vi sono anche croci scelte da noi, usando della nostra libertà. Abbracciare la vita del matrimonio o quella di una comunità religiosa o anche quella del laico celibe che vive cristianamente nel mondo, significa comprendere e desiderare tutte le sofferenze che sono correlate ad ogni situazione. Il far fronte con successo ad ogni esigenza della rispettiva condizione di vita, la subordinazione delle passioni, il freno dei capricci, la privazione di questa o quella comodità, ecc., costituiscono un campo florido di croci, inerenti al cammino eletto dalla nostra libera scelta. Senza contare l’aridità, il tedio, il disgusto che di tanto in tanto ci assalgono lungo il cammino che percorriamo e senza possibilità di ritorno. Ma se la nostra decisione è stata cosciente e, soprattutto, se ha avuto origine in un soffio dello Spirito Santo, non ci dobbiamo pentire mai. Anzi al contrario, riempiamoci di coraggio e perfino di entusiasmo, facendo passi decisi in direzione della meta finale della nostra salvezza.


“E Mi segua”: se impiegassimo al meglio i nostri sforzi, facendo i sacrifici più grandi per portare la nostra croce, ma in un cammino differente da quello tracciato da Gesù, questo non basterebbe! È necessario abbracciare la propria croce, per Lui, con Lui e in Lui. Nella contemplazione delle sofferenze della Passione di Cristo, troveremo le energie per portare la nostra propria croce.


Quanto a perdere o salvare la vita, così commenta padre Andrés Fernández Truyols: “Quello che il Maestro vuole imprimere nel cuore di coloro che Lo ascoltano è che dobbiamo essere disposti a passare per tutto, persino per la morte, quando essa serve per salvare l’anima. Perché neanche guadagnare il mondo intero all’uomo non serve a niente se, alla fine, perde la sua anima, ossia, se non raggiunge la salvezza eterna”.9


1) Cfr. SANT’AGOSTINO. De consensu evangelistarum. L.II, c.53,

n.108. In: Obras. Madrid: BAC, 1992, v.XXIX, p.429.


2) Cfr. SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía LXIV, n.1. In: Obras.

Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed. Madrid:

BAC, 2007, v.II, p.137.


3) GOMÁ Y TOMÁS, Isidro. El Evangelio explicado. Año tercero de

la vida pública de Jesús. Barcelona: Rafael Casulleras, 1930,

v.III, p.44.


4) Cfr. MALDONADO, SJ, Juan de. Comentarios a los Cuatro Evangelios.

Evangelio de San Mateo. Madrid: BAC, 1950, v.I, p.599-600.


5) Cfr. SAN GIROLAMO. Comentario a Mateo. L.III (16,13-22,40),

c.16, n.41. In: Obras Completas. Comentario a Mateo y otros escritos.

Madrid: BAC, 2002, v.II, p.225.


6) SAN BEDA. In Marci Evangelium Expositio. L.II, c.8: ML 92,

213-214.


7) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO, op. cit., n.3, p.146.


8) TUYA, OP, Manuel de. Biblia Comentada. Evangelios. Madrid:

BAC, 1964, v.V, p.385.


9) FERNÁNDEZ TRUYOLS, SJ, Andrés. Vida de Nuestro Señor Jesucristo.

2.ed. Madrid: BAC, 1954, p.369.


Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” da Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.