• Madonna di Fatima

XXX Domenica del tempo ordinario – Anno B.


Nostro Signore guarisce il cieco

Vangelo


In quel tempo, 46 mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!” 48 Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!” 49 Gesù Si fermò e disse: “Chiamatelo!” Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!” 50 Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù. 51 Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che Io faccia per te?” E il cieco Gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!” 52 E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e Lo seguiva lungo la strada (Mc 10, 46-52).



Bartimèo e i ciechi di Dio!


È degno di commiserazione chi ha perso la vista, come il povero Bartimèo. Tutte le bellezze create da Dio non sono per lui che tenebre. Molto più degno di compassione è colui il quale ha sepolto il suo cuore nelle tenebre ed ha rifiutato la luce di Dio. Per costui, le verità eterne non esistono.


I – Il sacrificio di Cristo Sacerdote


La Liturgia di oggi si presenta in una forma semplice, sintetica e, nel contempo, ricca di sostanza, sfumature e significato. La seconda lettura (Eb 5, 1-6), per esempio, ci offre un elevato punto di osservazione per apprezzare le meraviglie selezionate ed estratte dalla Scrittura per il testo di questa domenica. Tutti i suoi versetti fissano l’attenzione sul supremo sacerdozio di Cristo.


Etimologia della parola sacerdote


Due sono le origini etimologiche della parola sacerdote – sacerdos, dal latino: sacra dans, ossia, chi dà il sacro; o sacra dos, colui che è unto con una dote sacra. Le due etimologie sono valide, poiché il sacerdote è un ambasciatore di Dio davanti agli uomini e a questi conferisce le cose sacre, come sono la vera dottrina e la carità; molto di più ancora, divinizza la natura, comunicandole la grazia attraverso i Sacramenti. Inoltre, a lui appartiene anche la funzione di rappresentare la società nelle sue relazioni con Dio. In questo caso, egli offre a Dio doni – orazioni, oblazioni, ecc. – e sacrifici per i peccati.


In questo compito di dare cose sacre, evidentemente si esige da chi lo esercita il possesso di un potere speciale – “sacra dos”. Se questo potere non è comunicato da Dio, non c’è sacerdozio.


Sacerdozio, sacrificio e Redenzione


Nostro Signore Sacerdote

D’altra parte, nell’opera di Redenzione, Dio ha voluto servirSi soprattutto della via del sacrificio e, per questo motivo, la grazia di Cristo è sacerdotale. Gesù è Sacerdote in quanto Uomo, e non in quanto Dio. Quest’affermazione è fatta da San Paolo, nella seconda lettura di oggi: “Ogni sommo sacerdote è scelto fra gli uomini e per gli uomini viene costituito tale nelle cose che riguardano Dio, per offrire doni e sacrifici per i peccati” (Eb 5, 1). Sono inseparabili le figure del sacerdozio e del sacrificio.


Questa realtà traspare tanto nel Nuovo Testamento quanto nell’Antico. Se Dio ha scelto la via del sacrificio per operare la Redenzione, ha voluto che il Redentore fosse Sacerdote.


Gesù, Sacerdote pieno di compassione


È ancora San Paolo che c’insegna: “Dunque, poiché abbiamo un Sommo Sacerdote grande, che è passato attraverso i Cieli, Gesù il Figlio di Dio, manteniamo ferma la professione della fede. Infatti non abbiamo un Sommo Sacerdote che non sappia prendere parte alle nostre debolezze: Egli stesso è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato” (Eb 4, 14-15).


Oltre all’offerta del sacrificio, è anche compito del sacerdote intercedere per il popolo, impetrando presso Dio l’aiuto, la protezione e il perdono necessari.1 Gesù, seduto alla destra del Padre, intercede continuamente per noi nella sua preghiera sacerdotale. Manifesta al Padre il suo desiderio di salvarci tutti, presentandoGli, oltretutto la sua umanità assunta, la quale per sé solo costituisce già una preghiera sacerdotale. Cristo ha voluto assumere l’umanità in funzione del sacrificio della Croce ed essendo risorto nel Cielo, perpetua l’offerta del suo olocausto. Questa è una delle differenze tra il sacerdozio di Cristo e quello dei sacerdoti dell’Antica Legge, secondo quanto afferma San Paolo: “Inoltre ciò non avvenne senza giuramento. Quelli infatti diventavano sacerdoti senza giuramento; costui al contrario con il giuramento di Colui che Gli dice: ‘Il Signore ha giurato e non Si pentirà: Tu sei Sacerdote per sempre’. Per questo Gesù è diventato garante di un’Alleanza migliore. Inoltre, quelli sono diventati sacerdoti in gran numero, perché la morte impediva loro di durare a lungo. Egli invece, poiché resta per sempre, possiede un sacerdozio che non tramonta. Perciò può salvare perfettamente quelli che per mezzo di Lui si avvicinano a Dio: Egli infatti è sempre vivo per intercedere a loro favore” (Eb 7, 20-25).


San Tommaso d’Aquino2 solleva altri argomenti di peso per provare la grandezza divina del sacerdozio di Gesù Cristo, dimostrando come in Lui siano realizzate tutte le condizioni richieste per la pienezza del sacerdozio. Quali sarebbero dunque, il nostro fine e la nostra sorte se, nascendo nel peccato e ad esso inclini, non avessimo avuto un Sacerdote che, essendo Uomo, è interamente Dio, per offrire per noi un sacrificio salvifico che ci riscattasse?


II – Terribili conseguenze del peccato


Lo stesso San Tommaso, che mai abbandona il suo sereno equilibrio, oltrepassa i limiti che noi giudicheremmo propri dell’esagerazione quando tratta dei terribili effetti del peccato: “peccando, l’uomo si allontana dall’ordine razionale. Decade, così, dalla dignità umana, che consiste nell’essere naturalmente libero e nell’esistere per se stesso. Egli cade, in un certo modo, nella schiavitù degli animali, in modo che si debba disporre di lui come conviene all’utilità degli altri. È quello che si dice nel Salmo: ‘Essendo elevato in dignità, l’uomo non ha compreso, si è visto messo a livello degli animali senza ragione e ad essi si è reso simile’. E si legge ancora nel Libro dei Proverbi: ‘L’insensato starà a servizio del saggio’. […] Giacché l’uomo cattivo è peggiore degli animali, e persino più nocivo, come dice il Filosofo”.3


Guerra contro Dio


Santa Teresa di Gesù

Trasposti nel campo della spiritualità mistica di Santa Teresa d’Avila, che fu grande Dottore della Chiesa, i concetti si armonizzano: “Oh! Non ci rendiamo conto che il peccato è una guerra aperta contro Dio da parte di tutti i nostri sensi e di tutte le potenze dell’anima! Fanno a gara nell’escogitare tradimenti contro il loro Re. […] Confesso, Eterno Padre, di averlo custodito male [il gioiello prezioso che è Cristo], ma c’è ancora rimedio, Signore, c’è rimedio, finché viviamo in questo esilio”.4


Questa grande riformatrice del Carmelo, che del resto è sempre pronta a manifestare il suo orrore al peccato, dirà in un’altra delle sue opere: “Supponiamo che Dio sia come una stanza o un palazzo molto grande e bello. Il palazzo, ripeto, è lo stesso Dio. Ora, il peccatore per commettere le sue iniquità può forse uscire dal palazzo? No. Tutte le abominazioni, le scelleratezze, le disonestà che noi peccatori commettiamo, si consumano tutte in quel palazzo, vale a dire nello stesso Dio. Oh, verità spaventosa e degna di somma riflessione! Quanto utile per noi che siamo poco istruite e non finiamo mai di persuadercene! Oh, sarebbe affatto impossibile avere ancora una così insensata temerità! Consideriamo, sorelle, la grande misericordia e la pazienza di Dio che non ci sprofonda sull’istante. Ringraziamolo sentitamente e vergognamoci di essere così sensibili a ciò che dicono o fanno contro di noi. Non è forse un’inconcepibile nequizia risentirci di una paroletta, detta alle volte in nostra assenza e forse senza cattiva intenzione, mentre vediamo Dio nostro Creatore sopportare che le sue creature Gli facciano tante offese fin dentro di Lui?”.5


Cecità dell’anima


Misterioso e causa di molteplici effetti è il peccato; uno veramente terribile è la cecità dell’anima, ben simbolizzata dalla per dita fisica della vista. La triste situazione di chi non vede, tocca il cuore del Sommo Sacerdote: “Egli è in grado di sentire giusta compassione per quelli che sono nell’ignoranza e nell’errore” (Eb 5, 2); “li raduno dalle estremità della Terra; fra loro sono il cieco e lo zoppo” (Ger 31, 8). Questa è una delle osservazioni che si possono trarre dalle due letture di oggi e in maniera più accentuata, l’essenza del Vangelo di oggi.


III – La guarigione di Bartimeo



Nostro Signore guarisce il cieco

In quel tempo, 46 mentre Gesù partiva da Gerico insieme ai suoi discepoli e a molta folla, il figlio di Timeo, Bartimeo, che era cieco, sedeva lungo la strada a mendicare. 47 Sentendo che era Gesù Nazareno, cominciò a gridare e a dire: “Figlio di Davide, Gesù, abbi pietà di me!”


Secondo la narrazione di San Marco, Gesù Si trovava in viaggio verso Gerusalemme, dopo aver lasciato dietro di Sé Cesarea di Filippo, a nord della Galilea. Siccome non perdeva mai un solo secondo né opportunità, Egli avrà approfittato di questo tragitto per istruire i suoi discepoli, al fine di renderli adatti alla grande missione che sarebbe loro toccata, una volta fondata la Chiesa. Nel corso di questo viaggio, una grande moltitudine andava unendosi ai discepoli, sempre desiderosa di assistere a qualche altro miracolo o di udire le meraviglie copiosamente pronunciate dalle labbra del Maestro. Come primo atto di questo tragitto, ecco la guarigione di un cieco. San Matteo narra il fatto come se si fosse svolto con due ciechi (cfr. Mt 20, 29-34) e non con uno solo. San Marco dice il suo nome: “Bartimeo”, cioè, “figlio di Timeo”. Inoltre, a differenza di San Matteo, aggiunge altri dati molto interessanti: l’impegno di persone del popolo nello stimolare il povero cieco ad approssimarsi a Gesù, subito dopo aver udito di essere chiamato, come anche la prontezza di questi, nel gettar via il suo mantello e saltare cercando di avvicinarsi al Maestro. Matteo, a sua volta, afferma l’avvenuta guarigione quando Gesù toccò gli occhi del cieco, e Luca menziona una forma imperiosa impiegata da Lui (cfr. Lc 18, 35-43).


L’insieme delle tre narrazioni ci dà un quadro minuzioso dell’avvenimento. Il titolo di “Figlio di Davide”, secondo illustri autori, si deve al fatto che già, a quell’epoca, era ben diffusa la nozione – e da parte di alcuni persino la credenza – che Gesù fosse, veramente, il Messia. Si scarta, pertanto, l’ipotesi che il cieco – o, secondo Matteo, i due ciechi –, usando quest’espressione, desiderasse captare la benevolenza di Nostro Signore a favore della sua guarigione.


C’è chi solleva l’ipotesi che fossero tre i miracoli effettuati da Gesù in quell’occasione, completamente distinti, ognuno dei quali narrato da ognuno dei tre Evangelisti. Altri, invece – ed è la quasi totalità – ritengono che i dati identici in comune rendano impossibile non trattarsi del medesimo ed unico miracolo. Perché allora, Marco e Luca fanno riferimento ad un cieco soltanto? Una buona maggioranza degli esegeti ritiene probabile che i ciechi fosse ro due, come indica Matteo, ma uno di loro doveva essere molto conosciuto, al punto che Marco lo ha posto in scena col proprio nome.


Quanto al luogo in cui si sarebbe verificato il miracolo, le spiegazioni, seppure diverse, mirano ad un’approssimazione tra gli Evangelisti, concludendo a favore di un unico avvenimento.


Approfittando l’occasione della vita


48 Molti lo rimproveravano perché tacesse, ma egli gridava ancora più forte: “Figlio di Davide, abbi pietà di me!”


Non mancano quasi mai in queste scene evangeliche dei dettagli particolarmente carichi di colore, tipici dell’Oriente. Il modo di comportarsi, contrassegnato da un’indole frizzante e per niente riservata, si riflette sia nell’atteggiamento del cieco Bartimeo come pure nella reazione della moltitudine contro le grida di lui. A questo proposito sono interessanti i commenti dei Santi e dei Padri della Chiesa, come San Beda,6 San Girolamo,7 San Giovanni Crisostomo e altri. Quest’ultimo, per esempio, così si esprime: “Tale è, infatti, un’anima costante: le difficoltà stesse la esaltano. Da parte sua, Cristo ha permesso che lo facessero tacere affinché apparisse meglio il suo entusiasmo e tutti vedessero che meritava la guarigione. […] Apprendiamo che, per quanto spregevoli e sconsiderati siamo, se ci approssimiamo a Dio con fervore possiamo ottenere quello che chiediamo”.8


Nostro Signore guarisce il cieco

Comunque sia, questa disputa tra i seguaci di Gesù e il cieco ha un lato pittoresco, molto tipico di una società organica, nella quale non si era nemmeno giunti a sognare un mondo dominato dalla macchina. In essa, il rapporto tra gli uomini è non solo intenso, ma costituisce addirittura l’essenza della vita comune e quotidiana. Tutti vogliono trarre partito dalla presenza di un Uomo fuori dal comune, traboccante di sapienza e che moltiplica generosamente i miracoli ovunque passi. La moltitudine non vuole perdere la minima occasione per vederLo ed ascoltarLo. La comitiva, nei suoi spostamenti, evita al massimo ogni ostacolo, in modo da cogliere tutti i commenti del Maestro, perciò le grida di un cieco rendono difficile seguire il filo delle sue esposizioni. Tuttavia quella per Bartimeo, era l’unica ed esclusiva chance. Pertanto, mentre alcuni lo rimproverano, egli grida ancora più forte.


Gesù Si compiace dell’insistenza


49 Gesù Si fermò e disse: “Chiamatelo!” Chiamarono il cieco, dicendogli: “Coraggio! Àlzati, ti chiama!” 50 Egli, gettato via il suo mantello, balzò in piedi e venne da Gesù.


Ad un certo punto, il Salvatore interrompe il cammino e manda a chiamare il cieco. Secondo Matteo, Egli stesso prende l’iniziativa di farlo avvicinare. Marco è più preciso: Gesù, dando l’ordine alla moltitudine, nel contempo impedisce, implicitamente, che continuino a rimproverare il povero Bartimeo. Con tali e tante grida, era evidente che Cristo lo avesse già udito, tuttavia Gli faceva piacere quell’insistenza. È esattamente proprio quello che succede a noi nelle nostre preghiere. Dio vuole la nostra costanza. La determinazione di Gesù crea un’aspettativa nella moltitudine e questa reazione psicologica trasforma la precedente asprezza in impegno a stimolare il cieco a farsi coraggio. Costui – come di solito succede a chi perde il senso della visione – per istinto capisce dov’è Colui che ha il potere di guarirlo e, con un balzo, si dirige verso di Lui, disinteressandosi del proprio mantello e gettandolo da una parte.


Un miracolo che dimostrava la messianicità di Gesù


Nostro Signore guarisce il cieco

51 Allora Gesù gli disse: “Che cosa vuoi che Io faccia per te?” E il cieco Gli rispose: “Rabbunì, che io veda di nuovo!” 52 E Gesù gli disse: “Va’, la tua fede ti ha salvato”. E subito vide di nuovo e Lo seguiva lungo la strada.


Ancora una volta il Divino Maestro, per irrobustire la fede del cieco, nonostante conoscesse il grande desiderio della sua anima, gli chiede quale fosse la sua richiesta. Bartimeo, che tanto aveva chiamato il Figlio di Davide senza ottenere la vista, risponde chiamandoLo di “Rabbunì” – o “Signore”, secondo quanto dicono Matteo e Luca – fatto sufficiente a dimostrare quanto egli credesse nella divinità di Gesù, e riceve, oltre ad un elogio per la sua fede, il recupero della vista.


Quest’avvenimento è stato fortemente istruttivo e comprovante la messianicità di Gesù. Proprio all’inizio della sua ultima salita a Gerusalemme, quando Egli Si dirige alla morte, un cieco recupera la vista per proclamare il Figlio di Davide suo Signore…


Così termina Origene i commenti delle ultime parole del Vangelo di oggi: “Anche a noi, che siamo seduti presso la via delle Scritture e sappiamo in che cosa consiste la nostra cecità, […] se chiediamo con tutto l’impegno, […] il Signore ci toccherà, aprirà gli occhi delle nostre anime […] e allontanerà dai nostri sensi le tenebre dell’ignoranza, […] in modo che Lo vediamo e seguiamo, unica finalità che Egli aveva nel concederci la vista” .9


IV – Il male della cecità spirituale


La cecità sia fisica quanto spirituale è un male indolore. La prima è d’origine involontaria, ma ciò non vale per la seconda: in questa entriamo per colpa nostra, se ci abbandoniamo alle nostre passioni, non procedendo secondo l’ispirazione della grazia e i moniti della nostra coscienza. È degno di commiserazione colui che ha perso la vista, come il nostro povero Bartimeo. Tutte le bellezze create da Dio non sono per lui che tenebre. Molto più degno di pena è chi ha seppellito il proprio cuore nelle tenebre e ha rigettato la luce di Dio. Per costui, le verità eterne non esistono. Il fuoco inestinguibile dell’inferno, le inimmaginabili glorie celesti, l’implacabilità del giudizio particolare o del Giudizio Finale, non gli passano mai per la mente, pertanto, non lo impressionano. Potrà assistere a qualche cerimonia che rappresenti la Passione di Nostro Signore, di un Dio che S’incarna e muore sulla Croce per redimerci, senza che gli venga in mente alcun pensiero pietoso di contrizione, fiducia o gratitudine. Il soprannaturale non lo commuove, perché non passerebbe che per una invenzione sommersa nelle tenebre della sua coscienza.


La fede non è più la luce delle sue azioni


La perdita della vista, anche se c’impedisce di orientarci negli spazi fisici seguendo le nostre deliberazioni e facendo uso della nostra autonomia, ci rende inclini all’umiltà e alla sottomissione agli altri, a confidare nel loro aiuto. Per questo, quando ben accetta, essa può essere un eccellente mezzo di santificazione. Esattamente al contrario, la cecità spirituale ci priva di elementi fondamentali per la nostra salvezza – com’è la misericordia che disprezziamo – e ci fa correre terribili rischi, mentre accumuliamo le ire di Dio.


Quante volte i più ciechi di Dio sono coloro che si credono pieni di luci…


Un cieco come questo del Vangelo, potrà fare qualcosa di utile, oltre che chiedere l’elemosina? Ecco un’altra ragione di compassione!


Invece, di gran lunga peggiore è la situazione di un cieco di spirito, perché la fede ormai non è più la luce delle sue azioni; la loro finalità ultima si è spenta ai suoi occhi. Egli affronta le innumerevoli attività e progetti della sua vita quotidiana, consumando tutte le sue forze alla ricerca di una reputazione che non è altro che fumo, di una ricchezza che altri consumeranno, di un piacere illecito che durerà poco e gli farà meritare un castigo senza fine, di una salute che finirà male, poiché il suo corpo diventerà polvere nel fondo di una sepoltura.


Un cieco di Dio ignora il potere di Gesù


A Bartimeo mancava uno degli elementi essenziali per arricchirsi, per questo egli si trovava inevitabilmente in povertà, costretto a vivere di elemosina. Al cieco di Dio, invece, è possibile fare fortuna; tuttavia, proprio sotto questo punto di vista, egli è ancora più degno di pena: quando si chiuderanno definitivamente alla luce del giorno i suoi occhi carnali, quelli spirituali immediatamente si apriranno, ma sarà troppo tardi, per lui, quando vedrà in tutto il suo orrore la grande dimensione della sua reale miseria. Non sia questa l’ora della disperazione.


Come vediamo dal racconto di Marco, il cieco, sapendo che per di lì sarebbe passato Gesù, si mette a gridare pieno di gioia e speranza, poiché crede nel potere del Maestro di guarirlo. Un cieco di Dio ignora completamente questo potere. Anche il fatto che, nel corso della Storia, Gesù abbia illuminato questi o quei peccatori, dei più inveterati, portandoli alla conversione, non significa nulla per le persone nelle quali la luce della fede si è spenta.


Tabernacolo della Basilica della Madonna del Rosario

V – “Rabbunì, che io veda di nuovo!”


Se mi analizzo, con tutta onestà di coscienza, non troverò forse nel fondo della mia anima qualche ombra dove la luce del soprannaturale non giunge, qualche piega dove non penetra la voce di Dio? Questo è il momento per me di imitare il povero Bartimeo. Lo stesso Cristo continua ad essere presente qui, nei tabernacoli delle chiese. Perché non trovare un’occasione per avvicinarsi a Lui e chiederGli il miracolo? Devo temere Gesù che passa e non ritorna e gridare senza stancarmi, perché Egli sente meglio i desideri ardenti…


Imitare l’atteggiamento di Bartimeo


Teniamo ben saldo questo principio: se un cieco di Dio abbraccia la via della conversione, la “folla” tenta di dissuaderlo a proseguire, facendo tutto il possibile per creargli ostacoli. Purtroppo, a questa “folla” legata ai piaceri materiali mondani si associa quella dei suoi peccati e passioni, per farlo tacere. Anche qui è opportuno imitare l’attitudine di Bartimeo, ossia, non cedere alle pressioni, al contrario, raddoppiare in ardore, speranza e desiderio. In questo modo, non tarderà a confermare la realtà della convinzione dell’Apostolo: “Tutto posso in Colui che mi dà la forza” (Fil 4, 13)!


“Rabbunì, che io veda di nuovo!”, deve essere la richiesta di chi si trova immerso nell’indolenza e, soprattutto, di chi è cieco di Dio. Bartimeo non ha chiesto la fede, perché la possedeva già. La sua cecità era semplicemente fisica. Esaminiamo le nostre necessità spirituali e chiediamo tutto a Gesù; senza dubitare, aspettiamo pure anche il miracolo, poiché Egli ci assicura: “qualunque cosa chiederete nel mio nome, la farò” (Gv 14, 13).


La fede sta diventando privilegio di minoranze


Madonna Ausiliatrice

Il numero di coloro che soffrono di cecità fisica, al mondo, è insignificante in comparazione ai ciechi spirituali. La cecità del cuore attinge una quantità preoccupante di persone ai nostri giorni. La fede sta diventando privilegio di minoranze. Ci sono ciechi non solo lungo il cammino della salvezza, ma anche sulle vie della devozione. Questi conducono una vita pseudotranquilla, sommersi nei pericoli dell’indolenza; commettono mancanze, ma riescono molte volte, attraverso innumerevoli sofismi, ad addormentare le loro coscienze, non sperimentando più i benefici rimorsi. Si confessano per pura routine, si comunicano senza dare il debito valore alla sostanza del Sacramento Eucaristico, pregano senza devozione… E – chi lo direbbe? – ci sono ciechi tra coloro che hanno abbracciato il cammino della perfezione, ma hanno smesso di aspirarvi, accontentandosi di una spiritualità mediocre, squallida e infruttuosa. Essi non fanno niente per raggiungerla, cercandola dove essa non si trova mai.


Purezza di cuore


Infine, per non essere cieco di Dio, è necessario essere puro di cuore. Una delle principali cause della cecità dei nostri giorni è l’impurità. Nostro Signore dice nel Discorso della Montagna: “Beati i puri di cuore, perché vedranno Dio” (Mt 5, 8). Non si tratta esclusivamente della virtù della castità, ma, molto più, della retta intenzione dei nostri desideri. Tanto l’una quanto l’altra diventano sempre più rare ogni giorno che passa, in quest’era di progressiva cecità di Dio…


Sono queste alcune delle ragioni per le quali l’umanità ha bisogno di rivolgersi urgentemente alla Madre di Dio, presentando per mezzo di Lei, al Divino Redentore, la stessa richiesta di Bartimeo: “Rabbunì, che io veda di nuovo!”.


1) Cfr. SAN TOMMASO D’AQUINO. Somma Teologica. III, q.22, a.4.


2) Cfr. Idem, a.1.


3) Idem, II-II, q.64, a.2, ad 3.


4) SANTA TERESA D’AVILA. Exclamaciones del alma a Dios. C.XIV,

n.2. In: Obras Completas. Burgos: El Monte Carmelo, 1917, t.IV,

p.288.


5) SANTA TERESA D’AVILA. Castillo Interior. Moradas sextas, c.X,

n.3. In: Obras Completas, op. cit., p.170.



6) Cfr. SAN BEDA. In Marci Evangelium Expositio. L.III, c.10:

ML 92, 236-239.


7) Cfr. SAN GIROLAMO. Comentario a Mateo. L.III (16,13-22,40),

c.20, n.48. In: Obras Completas. Comentario a Mateo y otros

escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.275-277.


8) SAN GIOVANNI CRISOSTOMO. Homilía LXVI, n.1. In: Obras.

Homilías sobre el Evangelio de San Mateo (46-90). 2.ed. Madrid:

BAC, 2007, v.II, p.355-356.


9) ORIGENE. Commentaria in Evangelium secundum Matthæum.

T.XVI, n.11: MG 13, 731.

Estratto dalla collezione “L’inedito sui Vangeli” da Mons. João Scognamiglio Clá Dias, EP.