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  • Immagine del redattoreMadonna di Fatima

XXXI Domenica del Tempo Ordinario – Anno A


I farisei accusano Nostro Signore

Vangelo


In quel tempo, 1 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbì’ dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare ‘rabbì’, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno ‘padre’ sulla Terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del Cielo. 10 E non fatevi chiamare ‘maestri’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato” (Mt 23, 1-12).


Il lievito farisaico


Come la santità contiene tutte le virtù, il fariseismo – per così dire – abbraccia tutti i peccati. Per proteggerci dal “lievito dei farisei”, male di tutte le epoche, Gesù lancia contro di loro un’invettiva implacabile, arrivando al punto di chiamarli “figli del diavolo”.


I – Odio dei farisei contro il Divino Maestro


Il demonio, ente di natura angelica, fu creato da Dio nella verità. In questa egli si comportava in stato di prova, che consisteva nel restituire al Creatore l’essere, i doni e le qualità da Lui ricevuti, prestandogli un giusto culto di latria. Ad un certo momento, quest’Angelo di luce ha deciso di abbandonare, per libera volontà, questo cammino, penetrando nelle tenebre della morte, del peccato e della falsità. È stato lui a fare il primo passo nella rottura con l’ordine dell’universo e, soprattutto, con lo stesso Dio, comandando l’opposizione contro il Supremo Legislatore. Si è ribellato ed ha respinto l’invito ad essere luce in Dio, per diventare menzogna lui stesso; per pura presunzione, ha voluto essere Dio lui stesso, smettendo di esserlo per partecipazione; ha preferito l’adorazione della sua natura tratta dal nulla, per ottenere così l’eterno disprezzo di Dio.


Questo è il diavolo! E i farisei sono i suoi figli, secondo quanto afferma la voce infallibile del Divino Maestro.


Antagonismo tra Gesù e i farisei


I Vangeli sono imbevuti da cima a fondo di una radicale opposizione tra Gesù e i farisei. Questo antagonismo ha inizio già con il Precursore, tanto ricercato dai giudei per aver egli fama di santità e di profetismo. Così Giovanni Battista ha trattato i farisei – come anche i sadducei – prima ancora della comparsa del Messia: “Razza di vipere! Chi vi ha suggerito di sottrarvi all’ira imminente? Non crediate di poter dire fra voi: Abbiamo Abramo per padre” (Mt 3, 7.9).


Da parte sua, lo stesso Gesù – nel dichiarare i parametri, le dottrine e i fini apostolici dell’azione che da Lui sarebbe stata svolta – ha reso manifesta l’impossibilità di un avvicinamento o di un’armonia con i farisei. Il Sermone delle Beatitudini (cfr. Mt 5–7) colloca in equilibrio chiaro e definito i principi etico-morali adottati da Gesù, nella loro grande maggioranza in contrapposizione a quelli dei farisei. Saremmo veramente ingenui se pensassimo che è stata solo l’invidia la causa dell’odio deicida dei farisei contro il nostro Redentore. Certo, questo vizio capitale avrà potuto concorrere come una delle componenti della furia demolitrice, ma il dissenso ha avuto come base due concezioni differenti, addirittura alternative, di carattere religioso-politico.


Egolatri e approfittatori, i farisei rifiutano Dio


I farisei avevano ridotto la religione a una scrupolosa osservanza di microprecetti, a scapito della pratica della vera Legge: “Guai a voi, scribi e farisei ipocriti, che pagate la decima della menta, dell’anèto e del cumino, e trasgredite le prescrizioni più gravi della Legge: la giustizia, la misericordia e la fedeltà. […] Guide cieche, che filtrate il moscerino e ingoiate il cammello!” (Mt 23, 23-24). Questo succedeva, tra le altre ragioni, anche a causa della grande presunzione nella quale erano immersi, come è facile notare nella parabola del fariseo e del pubblicano (cfr. Lc 18, 9-14), narrata dal Divino Maestro riferendosi ad “alcuni che presumevano di esser giusti e disprezzavano gli altri” (Lc 18, 9). Ad essi non era estranea nemmeno l’avarizia. Per farci un’idea approssimativa di questo fondo di cattiveria, basti ricordare la parabola dell’amministratore infedele, alla fine della quale l’Evangelista ci racconta: “I farisei, che erano attaccati al denaro, ascoltavano tutte queste cose e si beffavano di lui. Egli disse: ‘Voi vi ritenete giusti davanti agli uomini, ma Dio conosce i vostri cuori: ciò che è esaltato fra gli uomini è cosa detestabile davanti a Dio’” (Lc 16, 14-15). Per essersi posti al centro delle loro stesse preoccupazioni, per essere essi egolatri pertanto, per aver voltato le spalle a Dio, abusavano dei poteri spirituali, approfittandone per accumulare beni materiali.


Questo rifiuto di Dio, che è così fortemente recriminato da Gesù, costituisce uno dei grandi peccati dei farisei: “So che non avete in voi l’amore di Dio. Io sono venuto nel nome del Padre mio e voi non Mi ricevete; se un altro venisse nel proprio nome, lo ricevereste” (Gv 5, 42-43). Poiché essi non praticano l’amore a Dio, non lo esercitano neppure in relazione al prossimo: “Se aveste compreso che cosa significa: ‘Misericordia Io voglio e non sacrificio…’, non avreste condannato individui senza colpa” (Mt 12, 7). Questa carenza di bontà dei farisei traspare maggiormente nella parabola del Buon Samaritano (cfr. Lc 10, 30-35), nella quale il levita e il sacerdote sono condannati per la mancanza di misericordia verso il loro fratello, mentre il samaritano viene indicato come modello da seguire: “Va’ e fa’ anche tu lo stesso” (Lc 10, 37).


Il buon samaritano

Invettive di Gesù


Le discussioni di Gesù con i farisei sono diventate via via sempre più tese fino ad assumere il carattere di censure vere e proprie. Egli li condanna in forma violenta, chiamandoli figli del diavolo e imitatori del loro padre, omicidi e ladri, vipere e varie volte ipocriti (cfr. Gv 8, 44; 10, 10; Mt 12, 34). Per quanto riguarda quest’ultimo appellativo e più specificatamente le recriminazioni riportate nel capitolo 23 di Matteo, alcuni esegeti arrivano a definirle come il sermone delle otto maledizioni, in contrapposizione alle otto Beatitudini. Secondo questi esegeti, con un sermone Matteo apre, nel suo Vangelo, la narrazione della vita pubblica di Gesù, e con l’altro la chiude.


In ogni occasione Gesù fa cadere i farisei in contraddizione con se stessi a proposito delle loro attitudini e dottrine. D’altronde, succede sempre che, nel momento in cui Dio smette di essere il centro delle preoccupazioni, dei pensieri e delle azioni di un singolo o di un gruppo sociale, non tardano a sorgere le contraddizioni, perché quando manca la premessa maggiore, è compromessa la sostanza del sillogismo. Sarebbe troppo lungo ricordare ad uno ad uno tutti i trionfi di Gesù sui farisei. È sufficiente rievocare il caso della guarigione di un idropico nel giorno di sabato, a casa di uno di loro. Gesù lancia contro di essi un’invettiva: “Chi di voi, se un asino o un bue gli cade nel pozzo, non lo tirerà subito fuori in giorno di sabato?” (Lc 14, 5).


Questo atteggiamento così categorico e perentorio di Gesù contro i farisei ha un suo solido fondamento, se si considera che essi erano veri lupi travestiti da pastori. Non si stancavano mai di calunniare il Salvatore, manifestandoGli in ogni occasione una forte antipatia. Lo accusavano di essere posseduto dal demonio, di lasciarsSi coinvolgere da persone di malaffare, di infrangere la legge del sabato, ecc. Inoltre, erano sempre pronti ad alterare i fatti e le parole da Lui proferite, come è successo, per esempio, nell’episodio dell’espulsione del demonio che aveva reso sordomuto un povero uomo (cfr. Lc 11, 14-26). Lo hanno calunniato, affermando che lo aveva esorcizzato e guarito in virtù del potere di Beelzebùl (cfr. Lc 11, 15; Gv 8, 52; 10, 20).


I farisei

Furia dei farisei


Questa opposizione, latente all’inizio, è diventata via via sempre più manifesta, categorica e pubblica, al punto da produrre una scissione nell’opinione pubblica del popolo giudaico. Da un lato, la maggioranza si chiedeva se di fatto Gesù non fosse davvero il Messia, ritenendo impossibile che qualcuno fosse in grado di realizzare più miracoli di Lui (cfr. Gv 7, 31). Dall’altro, questo crescente mormorio, tra la gente, ha portato i farisei ad appoggiare i capi dei sacerdoti quando questi hanno decretato di imprigionare il Salvatore. Intanto, le stesse guardie affermavano: “Mai un uomo ha parlato come parla quest’Uomo!” (Gv 7, 46), e non hanno voluto catturarLo.


Se l’odio dei farisei contro Gesù si manifesta in modo tanto radicale alla fine del settimo capitolo del Vangelo di San Giovanni, al termine dell’ottavo esso è ancora più drastico: “Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di Lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio” (Gv 8, 59). Nel capitolo seguente, dopo la guarigione di un cieco, i farisei, furenti, gettano quest’ultimo fuori dalla sinagoga, insultandolo e accusandolo di essere discepolo di Gesù. Il capitolo 10 ci riferisce di un nuovo vano tentativo di catturare il Divino Maestro. Il punto culminante di questa collera si verifica dopo la resurrezione di Lazzaro: “Da quel giorno dunque decisero di ucciderLo” (Gv 11, 53). Si direbbe che, crocifiggendo Gesù, sarebbero stati finalmente soddisfatti. Ma così non fu. I capi dei sacerdoti e i farisei pretesero da Pilato una stretta vigilanza presso il sepolcro, al fine di evitare che venisse rubato il Corpo di Gesù, e, a seguire, sigillarono la pietra del sepolcro, lasciando lì due guardie.


Nelle sue linee generali, questa è la realtà dell’odio dei farisei contro Nostro Signore, che è indispensabile tener ben presente per poter analizzare il Vangelo di oggi.


II – Commento al Vangelo


In quel tempo, 1 Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo:


Tutta la fine del capitolo 22 (cfr. Mt 22, 15-46) è dedicata ad un’esposizione dottrinale realizzata da Gesù, il quale ha meravigliato quanti Lo hanno ascoltato rispondere ad alcune domande fatte da sadducei e farisei. Tutto sta ad indicare che gli scribi e i farisei, oltre che a tacere, si siano allontanati da Gesù che ha potuto quindi, parlare apertamente sulla condotta di entrambi i gruppi, allo scopo di istruire i discepoli e la moltitudine.


2 “Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei”.


La cattedra di Mosé – dove, secondo il testo greco di questo versetto, aveva seduti gli scribi ei farisei – era il simbolo dell’autorità religioso-dottrinale che era nelle mani dei dottori della Legge, anch’essi chiamati “scribi”, molto famosi per essere i maestri ufficiali designati ad interpretare le Scritture. La maggior parte degli scribi apparteneva al gruppo dei farisei. Questo significa che l’insegnamento era stato praticamente egemonizzato da loro. A tale proposito, non possiamo dimenticare quanto l’autore dell’Opera Imperfetta1 insista nell’affermare che non è la cattedra che fa il sacerdote, ma piuttosto il contrario.


3 “Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno”.


Origene mette in evidenza il fatto che Gesù cercasse, all’inizio, di salvaguardare l’autorità, legittimamente costituita per, subito dopo, mettere in guardia tutti sul fatto che non dovessero imitare gli scribi nel loro modo di comportarsi. E conclude: “Che cosa può esserci di più deplorevole di un dottore i cui discepoli si salvano perché non seguono i suoi esempi, e sono condannati quando lo imitano?”.2


4 “Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito”.


Sono numerosi i commenti degli esegeti su questo versetto. I farisei avevano creato tradizioni che, lontane dall’elevare lo spirito, lo sovraccaricavano di scrupoli. Contrariamente al modo di fare dei farisei, bisogna essere benevoli con gli altri e rigorosi con se stessi.


5 “Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange;…”


Riguardo a questo versetto, l’autore dell’Opera Imperfetta è molto severo nel suo commento: “Il demonio si sforza di corrompere il ministero dei sacerdoti, che è stato stabilito per incentivare la santità, cercando di convertire in male ciò che è tanto buono. Allontaniamo dal clero questo male e tutto avrà un perfetto risultato; da qui si deduce quanto difficile sia il pentimento dei sacerdoti che peccano”.3 Dopo questa riflessione, continua dimostrando la ragione più profonda per la quale i farisei non hanno seguito Gesù: essi si interessavano unicamente alla loro gloria terrena. Cerca così di sottolineare la condanna completa delle presuntuose intenzioni che stavano alla base delle azioni dei farisei.


L’uso dei filattèri veniva da un ordine dato da Dio, tramite Mose, che diceva: “Te li [i precetti] legherai alla mano come un segno, ti saranno come un pendaglio tra gli occhi” (Dt 6, 8). Il senso di quest’ordine, secondo il commento di San Geronimo, è questo: “Che i miei precetti siano in mano tua, cioè che tu li compia con le opere e che siano davanti ai tuoi occhi, affinché tu possa meditare su di loro, giorno e notte”.4 Invece – prosegue il Santo Dottore5 – i farisei si accontentavano di portare sulla fronte una pergamena su cui era scritto il Decalogo, una specie di corona che avevano sempre davanti agli occhi. Un altro precetto trasmesso da Mose era quello di portare, nelle quattro estremità del mantello, frange di giacinto, come segno distintivo del popolo d’Israele. Ma, superstiziosi com’erano, volendo richiamare l’attenzione degli altri e desiderando i benefici che potevano ottenere dalle donne, usavano frange di grandi dimensioni, attaccando ad esse spine acuminate, di modo che, quando camminavano o si sedevano, provocassero loro delle fitte.


In questo modo – conclude San Geronimo6 – i farisei, invece di custodire i precetti di Dio nel loro cuore, sembravano piuttosto scaffali per custodire libri.


6 “…amano posti d’onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe…”


Gesù ama e desidera l’esistenza di una gerarchia, sia nell’ambito civile che in quello ecclesiastico. Non è pertanto la gerarchia in se stessa, che Egli critica, quanto il gusto presuntuoso, per nulla fatto di amore a Dio, rivolto alla ricerca di buone posizioni sociali. In fondo, condanna la mondanità, difetto caratteristico di coloro che fanno consistere nei beni di questa Terra il fine ultimo delle loro azioni.


7 “…e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare ‘rabbi’ dalla gente.


Di nuovo Gesù non condanna i saluti pubblici e neppure il titolo di “maestro”, ma soltanto il vizio di volersi collocare al centro delle attenzioni di tutti. Egli denunciava anche la presunzione nel modo di pregare del fariseo, come nella parabola narrata da Luca (cfr. Lc 18, 9-14) dove lo fa comparire a fianco del pubblicano.


8 Ma voi non fatevi chiamare “rabbì”, perché uno solo è il vostro Maestro e voi siete tutti fratelli.


Un solo Uomo potrebbe dire di Se stesso: “Io sono la Verità”, perché solo Lui è Dio. Chiunque altro insegna, agisce per partecipazione. Gli scribi e i farisei si reputavano la fonte di ogni verità. Oltretutto, adoravano se stessi, per il fatto che si consideravano procreatori di altri nella via della perfezione, secondo il concetto equivoco di autostima di cui erano imbevuti. Ora, la nostra origine sovrannaturale è unica, abbiamo un solo Padre, quindi siamo tutti fratelli. Per questo Gesù continua dicendo:


9 E non chiamate nessuno “padre” sulla Terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del Cielo. 10 E non fatevi chiamare ‘maestri’, perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo;…”


A questa virtù ci invita il Siracide: “Quanto più sei grande, tanto più umiliati; così troverai grazia davanti al Signore” (3, 18). I Santi ci danno meravigliosi esempi di questa virtù, per questo riescono ad abbinare in modo magistrale una straordinaria umiltà al suo estremo opposto, la magnanimità. Essi seguono il consiglio di Giacomo: “Umiliatevi davanti al Signore ed Egli vi esalterà” (4, 10).


I Santi Dottori osservano che Gesù, in questo passaggio, non solo scaglia un anatema contro il desiderio egoista di occupare i primi posti, ma incita a cercare gli ultimi posti. Così si esprime San Remigio a questo proposito: “Colui che si esalta per i propri meriti, sarà umiliato davanti a Dio, mentre colui che si esalta in virtù dei benefici ricevuti da Dio, sarà esaltato davanti a Lui”.7 È proprio quello che dice l’ultimo versetto del Vangelo di oggi:


12 “…chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato”.


Un esempio insuperabile di questo caso particolare è lo stesso Cristo, che può affermare di Se Stesso: “Io non cerco la mia gloria” (Gv 8, 50). “Se Io glorificassi Me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi Mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: “È nostro Dio!” (Gv 8, 54).


Nostro Signore Gesù Cristo

III – Il Fariseismo: male di tutte le epoche


L’inizio del capitolo 23 di San Matteo è un semplice preambolo della grande e grave condanna che si estende nei versetti successivi. Per chi non ha vissuto quei giorni, sorge una domanda: perché tanta incompatibilità tra Gesù e i farisei? Oltre tutto, richiama fortemente l’attenzione il fatto che gli Evangelisti abbiano dedicato buona parte delle loro narrazioni a questa controversia, nonostante la sintesi fosse una caratteristica abituale negli scritti di quei tempi. Sappiamo, per esperienza e dalla Storia, che un partito politico-religioso è votato a scomparire col tempo; pertanto, il fariseismo aveva i giorni contati. Allora, diventa ancora più incalzante la domanda: perché questa implacabilità da entrambe le parti?


Le pagine di molti libri sarebbero insufficienti per rispondere minuziosamente a questa domanda. Ci basti affermare, per ora, che il fariseismo è un male di tutte le epoche: Gesù, il Divino Profeta, sapeva quanto sarebbe stata funesta la presenza influente e dinamica del lievito farisaico presso i suoi fedeli battezzati. Parliamo di “lievito” perché, nonostante il fariseo classico di duemila anni fa ormai non esista più, Gesù ci consiglia: “Guardatevi dal lievito dei farisei e sadducei” (Mt 16, 6). Ha detto questo rivolgendoSi agli Apostoli, per prevenirli dal rischio di questo pericoloso contagio.


Trattandosi di un male di tutte le stagioni, sorge un’altra domanda: come caratterizzare il lievito farisaico ai nostri giorni? Esisteranno anche oggi cattolici che dimostrano una accurata e scrupolosa osservanza a proposito di un determinato Comandamento e, d’altro canto, un grande relativismo in questioni più gravi (cfr. Mt 23, 24)? Esistono, ancora oggi coloro che facilmente si scandalizzano con delle banalità per dopo emettere un giudizio temerario e maligno, trascurando la giustizia, la misericordia e la fedeltà (cfr. Mt 23, 23)? Esisteranno coloro che manifestano disprezzo per gli altri, come se fossero peggiori di se stessi (cfr. Lc 7, 36-50; 18, 9-14)? Esisterà la stessa mondanità di allora, tanto biasimata dal Divino Maestro (cfr. Mt 23, 6-7)?


Quante altre domande potremmo farci per meglio analizzare il nostro attuale quadro storico e sapere così dove si annida il lievito farisaico! In sintesi, il fariseismo può essere definito come la somma di tutti i peccati, visto che, come la santità è la verità che contiene tutte le virtù, così la menzogna e il vuoto farisaico comprendono tutti i vizi, e ad essi conducono. _______________________________________________

1) AUTORE IGNOTO. Opus imperfectum in Matthæum. Omelia XLIII, c.23, n.2: MG 56, 876.
2) ORIGENE, apud SAN TOMMASO D’AQUINO. Catena Aurea. In Matthæum, c.XXIII, v.1-4.
3) AUTORE IGNOTO, op. cit., n.5, 878.
4) SAN GIROLAMO. Comentario a Mateo. L.IV (22,41-28,20), c.23, n.53. In: Obras Completas. Comentario a Mateo y otros escritos. Madrid: BAC, 2002, v.II, p.319.
5) Cfr. Idem, p.319; 321.
6) Cfr. Idem, p.321.
7) SAN REMIGIO, apud SAN TOMMASO D’AQUINO, op. cit., v.5-12.

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